come un trace arrabbiato ha messo in crisi l’impero più organizzato del mondo antico e poi è finito male, come succede quasi sempre ai ribelli
Contesto storico
Tutto comincia nel 73 a.C. a Capua, nella scuola di gladiatori di un certo Lentulo Batiato, un imprenditore dell’intrattenimento che evidentemente non aveva previsto che i suoi “dipendenti” potessero stufarsi di essere squartati per il divertimento del pubblico. Spartaco, gladiatore trace (cioè uno di quelli che arrivano già arrabbiati di fabbrica), decide che la vita da carne da cannone non gli piace più e organizza una fuga con una settantina di colleghi.
Risultato? In pochi mesi l’esercito di schiavi, pastori e disertori arriva a 70-120.000 persone. I romani mandano prima un pretore, poi un altro, poi i consoli… e tutti prendono botte. È un po’ come quando chiami il tecnico e arriva il tirocinante: non funziona. Solo nel 71 a.C. il Senato si sveglia e dà il comando a Marco Licinio Crasso, l’uomo più ricco di Roma e, fortunatamente per loro, anche abbastanza competente. Crasso arriva con otto legioni e spinge i ribelli verso sud, in Lucania, dove si consuma il gran finale.
Svolgimento della battaglia
Da una parte: legioni romane ordinate, scudi, pila e quella noiosa abitudine di stare in formazione. Dall’altra: un esercito eterogeneo di gladiatori professionisti, contadini armati alla meglio e gente che fino a ieri pascolava pecore. Tattiche di guerriglia mescolate a cariche alla disperata.
Spartaco, stretto tra Crasso a nord e Pompeo che sta arrivando da ovest (perché ovviamente doveva arrivare pure lui a rubare scena), decide di tentare il tutto per tutto contro le fortificazioni romane sul fiume Silaro. I ribelli caricano in massa. I romani, da bravi professionisti, reggono l’urto e attaccano ai fianchi. Spartaco combatte in prima linea, ammazza un paio di centurioni e poi viene ucciso mentre cercava di arrivare fino a Crasso in persona. Tipico: quando uno vuole fare l’eroe cinematografico, la realtà di solito non collabora.
Esito
Romani: circa 1.000 morti. Ribelli: fino a 60.000. Sopravvissuti: 6.000, che Crasso fa crocifiggere lungo la Via Appia da Capua a Roma. Un’installazione artistica permanente, per così dire. Crasso ottiene un’ovatio, Pompeo cattura gli ultimi fuggitivi e si prende pure lui un pezzo di gloria (classico Pompeo). La rivolta non abbatterà il sistema schiavistico, ma avrà almeno il merito di far capire a Roma che forse trattare la gente come bestiame ha qualche effetto collaterale.
Documentazione storica
Le fonti principali sono Plutarco (che racconta tutto con un certo gusto per il dramma), Appiano e i frammenti di Sallustio. Poi arrivano Frontino, Orosio e Floro a completare il quadro. Gli storici moderni (Barry Strauss in testa) hanno speso fiumi di inchiostro a cercare di capire quanto di tutto questo sia storia e quanto leggenda. Spoiler: un bel po’ è leggenda, ma è leggenda di qualità.
Origini e vita prima della schiavitù
Spartaco viene dalla Tracia (all’incirca tra Grecia, Bulgaria e Turchia di oggi). Forse era nobile, forse un mercenario che aveva già combattuto per i romani e poi aveva cambiato idea. Secondo Plutarco, sua moglie (una profetessa, perché ovviamente non poteva essere una persona normale) gli vide un serpente attorcigliato intorno al viso mentre dormiva e disse: “Questo avrà un destino grandioso… e pure piuttosto sfigato”.
Addestrato nella scuola di Capua, il suo nome potrebbe nemmeno essere quello vero: “Spartacus” suona più come un soprannome da wrestling che un nome di battesimo. Un aneddoto classico: assediati sul Vesuvio dalle truppe di Claudio Glabro, i ribelli intrecciano corde di vite, si calano di notte dalla scogliera e massacrano i romani nel sonno. È la versione antica di “non ti arrampicare mai da solo, soprattutto se dall’altra parte ci sono gladiatori furiosi”.
Condivideva il comando con Crixus e Oenomaus, ma era lui il leader carismatico. Karl Marx, secoli dopo, lo definirà “un genuino rappresentante dell’antico proletariato”. Chissà cosa ne avrebbe pensato Spartaco di essere diventato un’icona marxista mentre cercava solo di non finire in un’arena.
La fine e l'eredità
Nel 71 a.C., in Lucania, viene sconfitto e ucciso. Il corpo non viene mai trovato, il che naturalmente ha generato leggende su una possibile fuga. Crasso, da uomo di gusto, organizza la crocifissione di massa lungo la Via Appia: 6.000 croci, un messaggio chiaro e piuttosto definitivo.
Il film di Kubrick del 1960 con Kirk Douglas è pieno di aneddoti dietro le quinte (litigi, sceneggiature scritte di nascosto durante il maccartismo, ecc.). La serie TV del 2010-2013, invece, è sorprendentemente precisa sui tipi di gladiatori e sulla violenza romana, incluso l’episodio del Vesuvio.
In sintesi: un uomo che ha fatto tremare Roma per due anni, è morto combattendo e ha lasciato in eredità un simbolo eterno di ribellione… e una delle strade più macabre della storia. Non male, per uno che aveva iniziato come schiavo in una scuola di gladiatori.
Questi fatti rendono Spartacus non solo un eroe storico, ma un simbolo eterno di resistenza.
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Bravo
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