La Battaglia di Culloden

Il Giorno in Cui Bonnie Prince Charlie Scoprì che il Whisky Non Vince Guerre

Ah, la Battaglia di Culloden. Se la storia fosse un film hollywoodiano, sarebbe quel kolossal epico con kilts al vento, cornamuse che ululano e un principe affascinante che galoppa verso la gloria. Peccato che la realtà fosse più un dramma da pub scozzese: pioggia, fango, tradimenti e un finale che puzza di sconfitta amara. Sedetevi comodi, amici, perché vi racconto questa storia come se fossimo al bancone di un vecchio ostello delle Highlands, con un dram di single malt in mano. Niente noiosi elenchi da manuale, solo sangue, sudore e un po' di ironia per non piangere troppo. E sì, ci infilerò aneddoti e curiosità, perché la storia vera è sempre più strana della finzione – e un filo più tragica.

Partiamo dagli antefatti, perché nessuna buona rissa inizia senza un bel po' di rancore accumulato. Era il 1745, e l'Europa era un calderone bollente di troni contesi e alleanze farlocche. Al centro di tutto c'era Carlo Edoardo Stuart, meglio noto come Bonnie Prince Charlie – un ventiquattrenne carismatico, con capelli mossi e un'aria da ribelle romantico, figlio del pretendente al trono Giacomo Francesco Edoardo Stuart. I Giacobiti, quei nostalgici cattolici e scozzesi che non digerivano i re protestanti Hannover (tipo Giorgio II, un tipo noioso come una tazza di tè annacquato), videro in lui il salvatore. Carlo, esiliato in Francia, decise di giocarsela grossa: noleggiò una nave, la Du Teillay, e sbarcò sulle Ebridi il 23 luglio 1745 con solo sette uomini. Sette! Immaginate: arrivi in Scozia con un entourage più piccolo di una band indie, e pretendi di rovesciare un impero. Ironia della sorte, i clan delle Highlands – quei fieri guerrieri con il kilt e la claymore (la spada a due mani che poteva decapitare un bue) – lo acclamarono come il Messia. "Vieni a riprenderci il trono, principe!", gridarono, ignari che Carlo portava più charme che strategia.

La ribellione esplose come un barile di polvere da sparo. Carlo radunò un esercito di Highlanders: MacDonald, Cameron, Fraser, Stewart – nomi che ancora oggi evocano tartan e vendette. Marciarono su Edimburgo, presero la città senza colpo ferire (beh, quasi: i cittadini si arresero dopo aver visto quei tipi con le gonne al vento). Poi, il 21 settembre, la prima vittoria vera: la Battaglia di Prestonpans, dove i Giacobiti caricarono come diavoli ululanti e annientarono un contingente governativo inglese in sei minuti. Sei minuti! Era come se avessero deciso di fare un picnic e, ops, inciampato su un plotone di moschettieri. Carlo, gonfio di vittoria, marciò su sud verso Derby, sognando Londra. Ma ecco la prima puntina ironica: i suoi consiglieri francesi, che dovevano mandare rinforzi, si dimenticarono di lui come un ex al liceo. Nessuna flotta, nessun esercito continentale. I Giacobiti, terrorizzati all'idea di trovarsi soli contro l'Inghilterra intera, lo costrinsero a ripiegare. Su per la Scozia, vinsero un'altra scaramuccia a Falkirk il 17 gennaio 1746, ma il maltempo e la logistica li fiaccarono. Carlo, che amava le feste più delle mappe, ignorò i consigli e si accampò vicino Inverness, bevendo e ballando mentre il Duca di Cumberland – nipote di Giorgio II, un venticinquenne tozzo e spietato soprannominato "il Macellaio" – marciava da sud con un esercito professionale.

Curiosità qui: sapete che Carlo era un donnaiolo patentato? Durante la campagna, flirtava con le signore delle Highlands, promettendo terre e titoli. Una di loro, Lady Anne Mackintosh, lo tradì con il marito (che combatteva per il governo) ma lo aiutò lo stesso – amore o lealtà? Chissà, ma in Scozia, il clan viene prima del matrimonio. E aneddoto: mentre i suoi uomini morivano di fame, Carlo ordinò un banchetto con aragoste importate dalla Francia. Classe, eh? O solo distacco regale?

Ora, le forze in campo. Immaginate due squadre di football: da una parte i Giacobiti, un'accozzaglia di 5000-6000 Highlanders, perlopiù contadini e pastori armati alla buona. Clan fedeli come i MacDonald del sud (circa 800 uomini, guidati da un capo testardo), i Cameron (800, feroci come lupi), i Fraser e gli Appin Stewart. Armi? Spade claymore affilate come rasoi, pistole da duello, qualche moschetto rubato e scudi rotondi per deviare i colpi. Cavalleria scarsa, artiglieria zero. Erano guerrieri da close combat: cariche a piedi, urla gutturali in gaelico, e quel trucco highland di "moschettare e poi claymore" – spari una raffica e poi ti butti all'arma bianca. Ma erano stanchi, affamati (avevano marciato 20 miglia la notte prima), e divisi: i lowlander scozzesi (pro-governo) li odiavano, e i francesi mandati da Carlo – 200 irlandesi e 300 svizzeri – sembravano turisti spaesati.

Dall'altra parte, gli 8000-9000 del governo: un mix letale di regolari inglesi (i Royal Scots, i Black Watch – ironia, scozzesi contro scozzesi), lowlander e Hannoveriani. Guidati da William Augustus, Duca di Cumberland, un generale che odiava i "selvaggi papisti" come un vegano odia il bacon. Armi moderne: file di moschetti Brown Bess (caricabili in 15 secondi), baionette lunghe come spiedi, 10 cannoni leggeri e 300 dragoni a cavallo. Discipline ferrea: quadrati di fanteria, linee rette, fuoco a volée. Cumberland, reduce da Fiandre, sapeva che i Giacobiti erano bravi a caricare ma idioti a stare fermi. E il terreno? Drummossie Moor, un pantano erboso vicino Inverness, con muri di pietra, fossati e vento gelido. I Giacobiti lo scelsero perché era "difendibile" – ah, sì, difendibile come un castello di carte in un uragano.

La notte prima, 15 aprile, fu un circo. Carlo, ubriaco fradicio (whisky, naturalmente), ordinò un attacco notturno su Nairn, 12 miglia a est, per sorprendere Cumberland durante il suo compleanno. 5000 uomini marciarono al buio, ma il fango li rallentò: arrivarono in ritardo, esausti, e dovettero ripiegare. Ritornarono a Culloden all'alba, digiuni da 48 ore, mentre Cumberland, allertato dalle sentinelle, schierava le sue linee impeccabili. "Dio è con noi", disse Carlo ai suoi, ma dal cielo pioveva solo grandine. Ironia: Cumberland festeggiò il compleanno con torta e balli, mentre i nemici si congelavano i piedi nel moor.

E poi, la battaglia. Ore 13:00 del 16 aprile 1746. Un sibilo di cornamuse – i pipers dei clan, con i loro great highland bagpipes, suonavano "The Prince's Lament" come un requiem anticipato. I Giacobiti, in formazione a V rovesciata (i clan sulle ali, lowlander al centro), fissarono le linee rosse del governo, 500 metri di distanza. Cumberland, su un cavallo baio, ordinò: "Fate fuoco a comando, e non risparmiate nessuno". I suoi cannoni – grape shot, palle incatenate – aprirono il valzer: raffiche di shrapnel falciarono i primi ranghi giacobiti come erba alta. 20 minuti di inferno: i MacDonald del sud, traditi dal loro capo (che si rifiutò di caricare per primo, offeso da un insulto), esitarono. Poi, il centro lowlander si sciolse sotto il fuoco. Ordine di carica: 1500 Highlanders, guidati da Lord George Murray, balzarono in avanti con urla da brivido – "Cruachan!" per i Campbell, "Lochiel!" per i Cameron. Coprirono 300 metri in un lampo, ma il moor li tradì: pozze di fango, muri da scalare, e quelle maledette baionette.

Arrivarono a 50 metri dalle linee inglesi, solo per essere accolti da una muraglia di piombo: tre volées di moschetteria, 2000 colpi al minuto. Uomini tagliati in due, kilts intrisi di sangue. I Cameron sfondarono per un attimo – bayonets vs claymore, un corpo a corpo da incubo – ma i dragoni di Cumberland li presero ai fianchi. I pipers continuarono a suonare, anche cadendo: William Macrimmon, leggendario, spirò con il piffero in bocca, intonando "Cha Till MacLeod" – un lamento per i caduti. Carlo, al sicuro dietro, gridò "Avanti!", ma era inutile. Alle 13:50, era finita: i Giacobiti ripiegarono in rotta, inseguiti dai cavalieri. Cumberland ordinò "no quarter" – nessun prigioniero – e i suoi massacrarono feriti e fuggitivi per ore. Un highlander nascosto in una buca vide un ufficiale inglese sparare a un compagno ferito: "Dio ti maledica, ma non per aver ucciso un ribelle, per averlo fatto soffrire".

Perdite? Un massacro asimmetrico, come un bullo contro un nano. Giacobiti: 1250 morti sul campo (tra cui 16 nobili e 5 capi clan), 558 feriti (poi massacrati o giustiziati), 3000 dispersi o catturati. Tra loro, eroi come Alexander MacDonald, che caricò da solo contro un plotone. Governo: ridicole 52 morti, 259 feriti – graffi, per lo più. Ironia crudele: i lowlander scozzesi, odiati dai Highlanders, combatterono per il re inglese e vinsero, dimostrando che l'unità nazionale è un'illusione comoda.

Conclusioni: Culloden non fu solo una battaglia, fu il funerale dello stile di vita highland. La ribellione finì lì – Charlie fuggì, nascosto da Flora MacDonald (che lo travestì da cameriera: immaginate un principe con gonna e cuffia, remando tra le Ebridi. "Skye Boat Song" nacque da lì, una ballata malinconica che ancora fa piangere i turisti). Cumberland, il Macellaio, impose la repressione: 120 esecuzioni sommarie, 936 trasportati in colonia, divieto di kilt, cornamuse e tartan per 26 anni. I clan furono smantellati, le terre confiscate per pascoli di pecore – addio guerrieri, benvenute enclosing. La Scozia entrò nell'Impero britannico a testa bassa, ma quel giorno piantò semi di nazionalismo: oggi Culloden è un sito sacro, con lapidi per i caduti e un visitor center che racconta la tragedia senza eroismi hollywoodiani.

Anecdoti finali per chiudere in bellezza – o in amarezza. Si dice che il fantasma di un highlander appaia sul moor nei giorni di pioggia, con la claymore insanguinata, mormorando vendette. Curiosità: Cumberland, dopo la vittoria, piantò giardini a Windsor con rose "Culloden" – un tocco floreale per un massacro. E Charlie? Tornò in Italia, ubriaco cronico, e morì nel 1788 senza eredi legittimi. Il suo ultimo amante, Clementina Walkinshaw, lo lasciò per noia – ironia ultima: il principe che voleva un trono finì con un cuore spezzato. Oggi, se visitate Culloden (fatelo, vale il viaggio), sentirete il vento sussurrare: "Mai più divisioni", ma la Scozia sa che le vecchie ferite guariscono piano, come un buon uisce beatha.

E così, amici, Culloden ci insegna che la gloria è effimera, i tradimenti eterni, e che caricare a testa bassa contro la modernità è romantico ma letale. Salute alla memoria – e che i moschetti restino nei musei.

Fonti: AMA: Giacobitismo, Anti-Giacobitismo e la rivolta giacobita del 1745 su r/AskHistorians (Reddit, 2021)

Culloden, l'ultima battaglia per la libertà della Scozia di Nel Cuore della Scozia (2016)

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