Battaglia di Bezzecca
L’ultima vera zuffa delle guerre d’indipendenza italiane. Ve la racconto come se fossimo al bar sotto il pergolato, con un po’ di ironia perché, cavolo, la storia italiana è piena di “abbiamo vinto ma poi ci hanno fregato”. Niente pippette da libro di scuola, solo fatti crudi presi da diari dei volontari, relazioni militari dell’epoca, atti del Congresso di Storia Militare e testimonianze bresciane dell’Ateneo. Pronti? Partiamo dal 1866, quando l’Italia era ancora una ragazzina che cercava di crescere a calci in culo.
Antefatti: l’alleanza con la Prussia e il sogno trentino
Siamo nel pieno della Terza Guerra d’Indipendenza. L’Italia si allea con la Prussia di Bismarck contro l’Austria per prendersi finalmente il Veneto. Il piano era semplice sulla carta: l’esercito regolare attacca in pianura, Garibaldi con i volontari sale dal nord e crea casino in Trentino per distrarre le truppe austriache. Ma la realtà? Un casino epico. Il 24 giugno l’esercito “vero” prende una mazzata storica a Custoza. Poi a Lissa la flotta austriaca ci umilia in mare. A quel punto il governo si ricorda di Garibaldi: “Ehi Peppino, salvaci il culo!”.
Giuseppe Garibaldi, 59 anni suonati, gamba già rotta da Aspromonte e fresca ferita a Monte Suello (3 luglio, pallottola nella coscia sinistra), accetta. Gli danno il Corpo Volontari Italiani: camicie rosse, idealisti, garibaldini della vecchia guardia, ragazzini, esuli veneti e trentini, qualche avventuriero straniero. Partono da Brescia, da Bagolino, da Anfo. L’obiettivo? Invadere il Trentino, sfondare verso Trento e magari portare a casa anche il Sud Tirolo. Dopo aver preso Forte d’Ampola il 19 luglio (grazie all’artiglieria di linea), i rossi sono in Val di Ledro. Sembrava fatta. Invece arriva il generale austriaco Franz Kuhn von Kuhnenfeld, un tipo tosto che comanda la difesa del Trentino, e decide di dare una lezione a questi “avventurieri in rosso”.
Forze in campo: volontari entusiasti contro professionisti di montagna
Da una parte i garibaldini: circa 12-15.000 uomini impegnati nella zona di Bezzecca (su un totale di 35-40.000 volontari della campagna). Male armati (molti con fucili vecchi), addestramento fai-da-te, ma una grinta da paura. Reggimenti come il 5° (comandato dal colonnello Giovanni Chiassi), il 9° (Menotti Garibaldi, figlio del generale), il 7°, bersaglieri di Antonio Mosto, artiglieria da montagna e da linea guidata dal maggiore Orazio Dogliotti (un regio che all’inizio odiava Garibaldi ma poi ci ha messo l’anima). Garibaldi comanda dal centro, aiutato dal generale prussiano Ernesto Haug.
Dall’altra gli austriaci di Kuhn: circa 10.500-11.000 uomini, divisi in colonne precise. Cacciatori tirolesi Kaiserjäger, truppe regolari addestrate alla guerra di montagna, artiglieria buona. Due colonne principali: una di 6.000 sotto Kaim (attacco frontale e fianco sinistro) e una di 4.500 sotto Bruno von Montluisant (con 4 pezzi d’artiglieria, per aggirare da Val di Concei e Riva). Non erano sfigati: sapevano muoversi veloci tra i monti e tirare con precisione. I volontari invece combattevano con il cuore in mano e la baionetta pronta.
La battaglia: strategia, tattiche e quel caos da film
21 luglio 1866, Val di Ledro, paese di Bezzecca. Fa un caldo boia, polvere ovunque. Kuhn parte all’attacco all’alba con un piano a tenaglia: vuole schiacciare i garibaldini prima che arrivino rinforzi dalla colonna Medici che sale dall’Adige. Le sue colonne scendono da Tiarno e da Riva, puntando su Locca e Lenzumo.
Garibaldi, ferito, dirige tutto da una carrozza (sì, tipo nonno che urla dal balcone). Il piano italiano? Difesa elastica: lasciare che gli austriaci si spingano avanti, poi contrattaccare con baionette e artiglieria piazzata su alture. Ma all’inizio va male. Il 5° reggimento di Chiassi avanza verso Locca e Lenzumo, viene sorpreso dal maggiore Grünne. Ripiegano verso Bezzecca, si barricano tra la chiesa di Santo Stefano e il cimitero con due pezzi d’artiglieria e bersaglieri. Gli austriaci li travolgono. Chiassi muore da eroe alla testa dei suoi. I garibaldini iniziano a mollare terreno, Bezzecca viene occupata, evacuata, ripresa… un casino totale.
A quel punto arriva Garibaldi in carrozza, riunisce le compagnie in fuga e grida ordini. Manda Menotti con il 9° da Tiarno a colpire il fianco sinistro austriaco, Spinazzi da Molina di Ledro sul destro, e il 7° (con i resti del 5°) al centro. Poi la mossa geniale: ordina a Dogliotti di piazzare tutti i pezzi su un’altura vicino a Santa Lucia. Dogliotti, che all’inizio detestava Garibaldi, mormora: “Ma ci vorrà più di mezz’ora…”. Garibaldi: “Fate più presto che sia possibile, mi troverete qui vivo o morto!”. L’artiglieria converge il fuoco sul centro austriaco, crea scompiglio pazzesco. I volontari escono dal paese, occupano le alture e partono alla carica alla baionetta urlando “Viva l’Italia!”. Gli austriaci, presi tra due fuochi, mollano Bezzecca e si ritirano oltre Monte Pichea. Vittoria!

Perdite e conclusioni immediate
Pagato caro, però. I garibaldini: circa 120 morti (tra cui Chiassi), 450 feriti e qualche centinaio di prigionieri. Gli austriaci molto meno: una ventina di morti, 80 feriti circa. Vittoria tattica netta: la strada per Trento era aperta, i rossi potevano spingersi avanti. Ma la politica è una bastarda. La Prussia aveva già stracciato l’Austria a Sadowa il 3 luglio. L’armistizio era nell’aria. Il 9-11 agosto arriva l’ordine secco dal comando supremo: ritirarsi dal Trentino. L’Italia avrebbe avuto il Veneto per via diplomatica, niente bisogno di rischiare altro sangue.
Anecdoti e curiosità da raccontarsi al bar
Primo aneddoto leggendario: lo scambio Dogliotti-Garibaldi. Giuseppe Cesare Abba nei suoi “Cose garibaldine” racconta che Dogliotti, dopo aver eseguito l’ordine, diventò devoto a Garibaldi per tutta la vita. Da nemico a fratello d’armi in mezz’ora. Ironico, no?
Secondo: la portantina di Garibaldi. Ferito, veniva trasportato in una sedia a braccia o carrozza. Quella portantina è finita al Museo dei Kaiserjäger a Innsbruck – gli austriaci l’hanno conservata come trofeo. Oggi i turisti la guardano e pensano: “Cavolo, questo tizio ci ha battuti lo stesso!”.
Terzo: il trombettista bambino. Giovanni Crisostomo Martino, 14 anni, orfano. Si presenta a Garibaldi: “Voglio suonare la carica, non sparare”. A Bezzecca suona come un demonio durante le baionettate. Anni dopo emigra in America, diventa John Martin e finisce a Little Bighorn con Custer. Roba da non credere!
Quarta curiosità: tanti volontari stranieri – francesi, svizzeri, perfino americani e brasiliani. E il parroco di Tiarno che scriveva “Bellum terribile Dei flagellum!” mentre i rossi rispettavano le chiese per ordine di Garibaldi. Plus: Ricciotti Garibaldi (altro figlio) che galoppa urlando “Ci sono medici? Ci sono feriti e nessun medico!”.
Ecco la mappa storica della zona (Val di Ledro, Tiarno, Locca, Bezzecca, Pieve). Vedi le frecce rosse dell’avanzata garibaldina e le posizioni austriache? Bezzecca è proprio lì, al centro della tenaglia.
Le mie considerazioni, non da storico da divano
Sai che ti dico, amico mio? Da semplice umano che legge queste storie con una birra in mano, Bezzecca mi fa incazzare e mi commuove allo stesso tempo. Abbiamo vinto l’unica battaglia decente di tutta la guerra (mentre l’esercito regolare combinava disastri), ma poi abbiamo dovuto fermarci per “ragioni superiori”. Quel “Obbedisco” di Garibaldi è una roba da brividi: un uomo che poteva fare l’eroe ribelle e marciare su Trento ha scelto l’unità nazionale sopra la gloria personale. È stato grande proprio per questo.
Oggi noi ci lamentiamo per sciocchezze, ma quei volontari – ragazzi di 14 anni, padri di famiglia, esuli – hanno dato tutto per un’Italia che non vedevano nemmeno finita. Il Trentino è rimasto austriaco fino al 1918… altri morti, altra sofferenza. La lezione? La storia è ironica da morire: vinci sul campo, perdi sulla carta. Eppure quell’“Obbedisco” vale più di mille cariche alla baionetta. Ci ricorda che l’Italia si è fatta con sangue, errori, passione e tanta, tanta disciplina quando serviva.
Che ne dici, ti è piaciuta? Un’altra birra e passiamo alla prossima? 🍺 Salute!
Fonti: Giuseppe Cesare Abba – “Cose garibaldine” (edizione 1907)
“Notizie e testimonianze sulla campagna del 1866 nel Bresciano” – Ateneo di Brescia (1967)

Commenti
Posta un commento