Little Bighorn
"Generale, dove sono i nostri rinforzi?"
La storia di un uomo convinto di essere invincibile, di un popolo stufo di esserlo, e di come 600 soldati abbiano incontrato la propria nemesi in un pomeriggio di giugno
Antefatti: come si arriva a questo disastro
Tutto inizia, come quasi ogni tragedia americana del XIX secolo, con l'oro. Nel 1874, una spedizione militare comandata da un certo George Armstrong Custer — personaggio di cui parleremo ampiamente — esplora le Black Hills, nelle attuali Dakota, e riporta la notizia che la regione è letteralmente lastricata del prezioso metallo. Piccolo particolare: le Black Hills sono territorio sacro dei Lakota Sioux, garantito dal Trattato di Fort Laramie del 1868. Ma i trattati, si sa, hanno la spiacevole abitudine di valere meno di una pepita d'oro da cinque centesimi.
Il governo federale prima cerca di comprare le Black Hills, poi — di fronte al rifiuto indigeno — decide semplicemente di ignorare il trattato. I Sioux e i loro alleati Cheyenne del Nord vengono dichiarati "ostili" se non si presentano ai propri rassegnati riservati entro il 31 gennaio 1876. In pieno inverno. Con famiglie al seguito. Un'ultimatum che nemmeno un venditore di assicurazioni avrebbe osato proporre.
La risposta è prevedibile: migliaia di guerrieri convergono attorno ai grandi capi Toro Seduto (Sitting Bull) e Cavallo Pazzo (Crazy Horse), formando uno degli accampamenti indigeni più grandi mai visti nelle Grandi Pianure — stimato tra le 10.000 e le 15.000 persone, con circa 2.000-3.000 guerrieri effettivi.
Le forze in campo: la matematica che Custer non volle fare
Lato statunitense — 7° Reggimento di Cavalleria: Il generale Alfred Terry concepisce un piano a tenaglia: tre colonne convergenti avrebbero dovuto stanare gli indigeni. Custer comanda una di queste colonne, con circa 647 uomini. Il piano prevede la cooperazione con le colonne di Terry e del generale Crook. Custer, com'è suo stile, decide che la cooperazione è sopravvalutata.
Lato Sioux e Cheyenne: Toro Seduto, che ha appena condotto la sua famosa sun dance nella quale ha avuto visioni di soldati "caduti come cavallette dal cielo", non combatte direttamente — la sua funzione è spirituale e politica. Il vero genio militare è Cavallo Pazzo, guerriero Oglala Lakota la cui tattica è semplice quanto efficace: attirare, circondare, schiacciare.
Il grande accampamento sul fiume Little Bighorn è probabilmente il più grande raduno di guerrieri delle Pianure del XIX secolo. Custer ne è informato solo parzialmente dai suoi esploratori Crow e Arikara — i quali, va detto, cercano con ogni mezzo di comunicargli che là fuori ci sono molti avversari. Custer li ignora con la grazia di chi ha già scritto nella propria testa il discorso della vittoria.
Tattica e strategia: un piano con molti buchi
Il 25 giugno 1876, Custer scopre che l'accampamento è stato localizzato. Temendo che gli indigeni fuggano prima dell'attacco coordinato previsto per il giorno successivo, decide di anticipare. Da solo. Senza aspettare le altre colonne.
Divide il suo reggimento in tre battaglioni separati:
- Il maggiore Marcus Reno attacca da sud con circa 175 uomini
- Il capitano Frederick Benteen esplora il fianco ovest con altri 125
- Custer stesso marcia verso nord con 210 uomini, cercando di colpire il fianco dell'accampamento
Il problema è che "dividere le forze di fronte a un nemico numericamente superiore in un terreno sconosciuto" è esattamente il tipo di strategia che viene studiata nelle accademie militari sotto la voce "cose da non fare mai".
Reno attacca il villaggio a sud, viene respinto con perdite significative e si ritira su una collina dove viene immediatamente assediato insieme alle truppe di Benteen. Le sue disperate richieste di rinforzi raggiungeranno Custer solo... mai, perché Custer nel frattempo ha un piccolo problema di sopravvivenza personale.
La colonna di Custer — circa 210 uomini divisi in cinque compagnie — viene individuata, circondata e annientata. L'intero scontro dura probabilmente meno di un'ora. Forse molto meno.
Perdite: il conto finale
Le perdite dell'esercito americano ammontano a 268 morti e 55 feriti, tra cui Custer e tutti gli uomini del suo battaglione diretto. Non sopravvive nessuno del gruppo principale — il che trasformerà Little Bighorn nell'evento più misterioso della storia militare americana, poiché nessun testimone oculare del lato "perdente" è rimasto in vita a raccontarlo.
Le perdite Sioux e Cheyenne sono stimate tra i 36 e i 300 morti, a seconda di chi scrive e di quanta simpatia nutre per quale parte. Le fonti indigene più attendibili — raccolte da James Welch e Paul Stekler nel loro documentario — parlano di circa 40-100 guerrieri caduti.
Conclusioni: vincere la battaglia, perdere la guerra
La vittoria di Little Bighorn si rivela il canto del cigno per le nazioni indigene delle Pianure. Lo shock dell'opinione pubblica americana, amplificato dal fatto che la notizia della disfatta arriva mentre il paese celebra il proprio centenario dell'indipendenza (4 luglio 1876), scatena una risposta militare sproporzionata. Migliaia di soldati vengono inviati nelle Grandi Pianure. L'accampamento viene disperso. Toro Seduto fugge in Canada. Crazy Horse si arrende nel 1877 e viene ucciso pochi mesi dopo in circostanze mai del tutto chiarite. Le Black Hills vengono espropriate definitivamente.
Aneddoti e curiosità: i dettagli che i libri di testo dimenticano
La profezia di Toro Seduto — Durante la sun dance di giugno, Toro Seduto ha una visione di soldati che cadono a testa in giù nel campo. La interpreta come presagio di vittoria. I suoi guerrieri la prendono sul serio. Custer probabilmente avrebbe ritenuto quella intelligence "non verificabile".
Gli esploratori Crow avevano avvertito Custer — Mitch Boyer, uno degli esploratori di Custer, avrebbe detto qualcosa di simile a "andiamo incontro a più guerrieri di quanti ne abbia mai visti insieme". Custer replica più o meno che il 7° Reggimento può battere qualsiasi forza sul continente. Boyer risponde — secondo testimonianze indirette — che in quel caso sarebbe andato avanti con lui. E muore con lui.
Nessuno seppe mai esattamente cosa successe — L'unico "sopravvissuto" del battaglione di Custer è un cavallo di nome Comanche, montato dal capitano Miles Keogh. Comanche è ferito, viene curato, e passerà il resto della vita come mascotte del reggimento, non montato da nessuno e servito birra durante le cerimonie. La storia americana ha un senso del teatro indiscutibile.
Custer portava capelli corti — Contrariamente alla leggenda dei "lunghi capelli" (soprannome con cui i Lakota lo conoscevano), Custer aveva fatto tagliare i suoi celebri ricci biondi poco prima della spedizione. Per sfiga o per scaramanzia, nessuno lo sa. I guerrieri Sioux che in seguito raccontarono la battaglia non riconoscevano "Capelli Lunghi" tra i caduti, il che alimentò per decenni teorie sulla sua morte.
Il dibattito sul suicidio — Alcune testimonianze indigene descrivono Custer come uno degli ultimi a cadere, con una ferita alla tempia che molti storici — tra cui Evan Connell nel suo monumentale Son of the Morning Star — hanno interpretato come possibilmente autoinflitta, forse per evitare la cattura. Non esiste certezza.
Reno e il dopo — Il maggiore Reno, sopravvissuto ma accusato di codardia, finirà la carriera nel disonore, corte-marzializzato ripetutamente. La sua reputazione è stata in parte riabilitata solo decenni dopo.
Considerazioni
Ci sono storie che non riescono ad essere soltanto storie. Little Bighorn è una di quelle.
Da un lato c'è l'irresistibile ironia della situazione: un ufficiale noto per l'arroganza, che aveva costruito la propria carriera su una reputazione gonfiata, che aveva ignorato sistematicamente ogni avvertimento, finisce esattamente come i suoi errori suggerivano. C'è quasi una soddisfazione greca nella struttura narrativa — l'hybris punita con precisione chirurgica.
Ma poi ti fermi un momento e pensi a cosa stavano davvero difendendo quei guerrieri Sioux e Cheyenne su quella collina. Non stavano combattendo per la gloria o per l'espansione. Stavano cercando di proteggere un modo di vita che sapevano già — con una lucidità storica che fa quasi male — stava per essere cancellato. Sitting Bull lo capiva perfettamente: la vittoria di Little Bighorn era magnifica e definitiva, e non sarebbe bastata. Lo sapeva mentre accadeva.
C'è qualcosa di profondamente malato nel modo in cui la cultura americana ha raccontato questa storia per un secolo. Custer è diventato un eroe — una statua, un film, un mito. Il "Custer's Last Stand" è diventato simbolo di coraggio estremo, quando era in realtà il risultato di incapacità tattica e megalomania. Il massacro di uomini, donne e bambini nei villaggi indigeni — come quello di Washita, ordinato dallo stesso Custer nel 1868 — raramente riceve la stessa enfasi romantica.
Solo dagli anni '70 in poi, con il lavoro di storici come Dee Brown (Bury My Heart at Wounded Knee) e con la progressiva inclusione delle voci indigene nella storiografia, il quadro ha cominciato a correggere sé stesso. Il campo di battaglia si chiama oggi "Little Bighorn Battlefield National Monument" — non più "Custer Battlefield", come era stato per oltre un secolo. Un cambiamento di nome piccolo e tardivo, ma non privo di significato.
Quello che rimane, alla fine, è il senso di una tragedia che non riguarda solo il 25 giugno 1876. Riguarda cosa succede quando un sistema decide che certi esseri umani hanno meno diritto di esistere — e come quella decisione, prima o poi, presenta il conto. Spesso in forme che nessuno aveva previsto. Spesso su una collina, in un pomeriggio di giugno, davanti a un accampamento che si pensava di trovare vuoto.
Custer cercava la gloria. La trovò, in effetti — ma del tipo sbagliato, e per le ragioni sbagliate. E il fatto che ci siano voluti cent'anni perché quella gloria venisse raccontata onestamente dice qualcosa di molto preciso su chi, in questa storia, aveva il potere di scrivere i libri.
Fonti principali: Evan S. Connell, Son of the Morning Star (1984); James Welch & Paul Stekler, Killing Custer (1994); Gregory Michno, Lakota Noon: The Indian Narrative of Custer's Defeat (1997); Robert Utley, Cavalier in Buckskin (1988).

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