Giuseppe Garibaldi

Il marinaio pazzo che inventò l’Italia (e perse Nizza per scherzo) – con tutte le storie folli che nessuno ti racconta

sedetevi comodi con una birra in mano perché la vita di Giuseppe Garibaldi sembra un film di avventura girato da Tarantino in versione 1800. Nato il 4 luglio 1807 a Nizza (sì, proprio il giorno dell’Indipendenza americana – l’universo gli aveva già stampato l’invito VIP alla festa della libertà!), figlio di un pescatore, questo tizio non era un generale da scrivania. Era un marinaio con la faccia da pirata romantico, che ha salvato lavandaie, rapito amori, combattuto imperi e unito l’Italia quasi per scommessa. E il bello è che era imperfetto da morire: donnaiolo, testardo, repubblicano che aiuta un re… ma andiamo con ordine, che le chicche sono troppe!

Da bambino era già un mezzo supereroe. A otto anni salta in acqua e salva una lavandaia che stava annegando – e nella vita ne ha tirate fuori sedici in totale! La mamma lo sgridava, ma lui sognava solo il mare. Odia la scuola (chi non lo farebbe con quei maestri dell’epoca?), scappa di casa a 15 anni con due amici su una barchetta verso Genova, ma il papà lo riacciuffa e lo spedisce per mare. Diventa capitano mercantile, gira Costantinopoli, si fa catturare tre volte dai pirati (e ogni volta torna più tosto e con storie da bar). Curiosità: era un igienista pazzesco per l’Ottocento – si lavava ossessivamente, cambiava biancheria tutti i giorni e usava stracci per pescare aragoste a Caprera. Pratico da morire!

Nel 1834 entra nella Giovine Italia di Mazzini, organizza una rivolta a Genova e… condanna a morte. Scappa in Sud America e lì diventa leggenda. A Rio de Janeiro si improvvisa corsaro per la Repubblica del Rio Grande: attacca navi, ruba bestiame, vive come un gaucho. Ma il colpo di scena arriva nel 1839: dal ponte della sua nave vede Anita Ribeira (18 anni, sposata, cavallerizza pazzesca) su una collina. Punta il cannocchiale e le urla “Tu devi essere mia!”. La carica in barca quella notte stessa e se la porta via. Anita non era una damigella: sopravvive a una cannonata (cade tra i morti, si rialza come niente), scappa da una prigione e cavalca 100 km nella pampa per ritrovarlo. Nasce Menotti in mezzo alle battaglie, vivono come nomadi, guidano mandrie di vacche fino a Montevideo. Anita combatte al suo fianco con la pistola in mano. Roba da Robocop e Wonder Woman!

A Montevideo forma la Legione Italiana e inventa le camicie rosse – non per romanticismo, eh! Le compra a pochi soldi perché erano quelle dei macellai del mattatoio (rosse per non far vedere il sangue). Pratico da morire! Vince la battaglia di Sant’Antonio nel 1846 e diventa famoso: Alexandre Dumas padre lo intervista e lo definisce “onesto e capace”. Torna in Italia nel 1848, combatte gli austriaci, poi difende la Repubblica Romana nel 1849. I francesi assediano Roma: lui resiste sul Gianicolo come un leone. Ma Anita, incinta e malata di malaria, lo segue a cavallo. Muore tra le sue braccia in una fattoria vicino Ravenna. Lui la seppellisce di fretta, continua a fuggire travestito, piange come un bambino ma non molla mai. “Dove sono io, lì è Roma”, dice. E qui arriva un aneddoto che fa ridere e piangere: durante la ritirata, per non farsi riconoscere, si traveste da contadino e mangia quello che capita – inclusi armadilli in Sud America prima!

Esiliato di nuovo, finisce a New York: fa il candelaio a Staten Island con Antonio Meucci (sì, l’inventore del telefono!). Diventano amici, Garibaldi gli dà una mano in laboratorio. Curiosità: Meucci gli regala una specie di prototipo di telefono e lui lo usa per chiacchierare con gli esuli italiani. Nel 1854 compra mezza isola di Caprera con l’eredità del fratello e diventa contadino hipster ante litteram: coltiva patate, alleva capre, scrive romanzi d’avventura (sì, ha scritto libri come “Rule of the Monk” e poesie brutte ma appassionate!). Ha un cane a tre zampe chiamato Guerrillo che adora, un cavallo di nome Marsala (regalo dopo lo sbarco) che seppellisce accanto a sé con lapide. Una notte esce a mezzanotte a cercare un agnellino smarrito, lo porta a letto con sé e la mattina pianta patate. Diventa quasi vegetariano e fonda la prima società protettrice animali (la futura ENPA). Ironico: l’uomo che ha ucciso in battaglia salva gli animali!

Ma il richiamo dell’Italia è forte. Nel 1859 guida i Cacciatori delle Alpi, conquista Varese e Como. Poi arriva il capolavoro: maggio 1860, parte da Quarto con 1089 volontari (non mille precisi!) sulle navi Piemonte e Lombardo. Sbarca a Marsala, proclama “Qui si fa l’Italia o si muore!” a Calatafimi e conquista Palermo in quattro giorni. A Volturno sconfigge 40.000 borbonici con 20.000 suoi. Poi incontra Vittorio Emanuele II a Teano: lui in camicia rossa sporca, il re in alta uniforme. Si stringono la mano e Garibaldi gli consegna il Sud con un semplice “Obbedisco”. Un repubblicano che obbedisce al re… ma solo per l’Italia! Curiosità pazzesca: nel 1861 Lincoln gli offre il comando supremo nella Guerra Civile americana. Garibaldi dice sì, ma solo se abolisce subito la schiavitù e gli dà potere totale. Lincoln rifiuta. Risultato? L’eroe della libertà mondiale quasi combatte per l’Unione… ma resta in Italia!

Nel 1862 tenta di prendere Roma: ferito all’Aspromonte, un proiettile gli spezza un piede. Lo curano male, resta zoppo per sempre. Nel 1864 va a Londra: la folla impazzisce, 500.000 persone lo acclamano, le signore gli tagliano ciocche di capelli come souvenir e la regina Vittoria lo trova “molto bello”. Torna a Caprera, rifiuta titoli, soldi, castelli: “Sono un contadino”. Ha quattro “mogli”: Anita (l’amore vero), una ricca vedova inglese che lo finanzia, Giuseppina Raimondi (la sposa nel 1860, dura pochissime ore perché scopre che è incinta di un altro – “Allora non portare il mio nome!” e la lascia seduta stante, soap opera pura!), e infine Francesca Armosino, con cui ha figli legittimati tardi.

Muore il 2 giugno 1882 a Caprera chiedendo di vedere il mare dal letto. Niente funerali di Stato, come voleva lui. E la chicca finale: ha perso Nizza (diventata francese), ma ha regalato l’Italia unita. Vita da film, no?

Ecco alcune immagini





:

  • Garibaldi giovane in camicia rossa (il marinaio che sogna l’Italia)
  • Garibaldi che porta Anita morente (la scena più tragica e romantica)
  • Lo sbarco dei Mille a Marsala (l’avventura che cambia la storia)
  • Garibaldi anziano a Caprera con il suo cane a tre zampe (il contadino eroe)

Considerazioni 

Garibaldi mi fa sorridere e commuovere allo stesso tempo. Era imperfetto: donnaiolo incallito, testardo come un mulo, repubblicano che serve un re, eroe che rifiuta tutto ma non molla mai. Eppure proprio per questo è umano al 100%. In un mondo di politici che parlano e non fanno, lui agiva: salvava lavandaie a 8 anni, rapiva amori con una frase, conquistava regni con mille amici in camicia da macellaio, salvava agnellini di notte e fondava la protezione animali. Mi insegna che la libertà non è un’idea da salotto, ma qualcosa per cui vale la pena sporcarsi le mani (e la camicia). Oggi, con tutto il cinismo in giro, un po’ del suo “Tu devi essere mia!” per i sogni e per l’Italia ce lo vorremmo tutti. Non era un santo, era meglio: era uno di noi che ha cambiato la storia ridendo, piangendo, obbedendo solo al cuore e mangiando aragoste con stracci rossi. Grazie Garibaldi, vecchio marinaio pazzo. 😊

Fonti: Britannica, musei di Caprera, libri dell’Ottocento, articoli storici dell’epoca tipo New York Times e testimonianze dirette.

Per saperne di piu' consiglio: https://amzn.to/4r9Ge4F

Commenti

Post più popolari