Ulysses S. Grant

 Il Fallito Cronico che ha Salvato l’America (e ha Scritto un Best Seller Mentre Moriva di Cancro)

Immaginate un ragazzino dell’Ohio, nato il 27 aprile 1822 a Point Pleasant in una casetta minuscola, figlio di un conciatore chiacchierone e ambizioso di nome Jesse e di una mamma silenziosa e tosta come Hannah. Si chiamava Hiram Ulysses Grant, ma un errore burocratico a West Point lo ha trasformato per sempre in “U.S. Grant”. Ironia della sorte: il nome perfetto per un uomo che sarebbe diventato “Uncle Sam” in persona per i suoi soldati. E sì, quel “S.” non stava per niente. Era solo un casino di un deputato distratto. Ecco il primo segno che la vita di Grant sarebbe stata una serie infinita di “quasi” e di colpi di fortuna che lui ha saputo trasformare in leggenda.

Da piccolo odiava la conceria di papà. L’odore, il sangue, le pelli. Preferiva cavalcare, pescare e starsene per i fatti suoi. Papà Jesse, che lo vedeva come un buono a nulla, gli ha imposto West Point nel 1839 senza nemmeno chiedergli il permesso. Grant ci è andato con il cuore in gola: “Il mio cuore saliva sempre più su finché mi sembrava in gola”. Risultato? Studente nella media (21esimo su 39), odiava le lingue straniere, saltava le funzioni religiose e passava il tempo a cavalcare come un dio. L’unico che brillava davvero era un certo Robert E. Lee, futuro nemico giurato. Già lì si vedeva il contrasto: Lee il perfezionista, Grant il tipo tranquillo che non faceva scene.

Nel 1846 scoppia la guerra messicana. Grant è quartermaster, cioè quello che gestisce le scorte. Roba noiosa, no? Lui invece si butta in battaglia lo stesso. A Monterrey cavalca in mezzo al fuoco per portare munizioni, a Chapultepec guida cariche. Esce con due brevetti da capitano e una lezione che gli servirà per sempre: la logistica vince le guerre, non solo le sparatorie eleganti. Tornato a casa, nel 1848 sposa Julia Dent, figlia di un proprietario di schiavi del Missouri. Amore a prima vista, corrispondenza durante la guerra, matrimonio nonostante il papà di lei lo considerasse un perdente. Julia diventa la sua ancora: lo seguirà ovunque, persino al fronte durante la Guerra Civile. Hanno quattro figli – Fred, Ulysses Jr., Nellie e Jesse – e Grant era un padre tenerissimo, quasi moderno. Portava Fred (13 anni!) sui campi di battaglia a Vicksburg. Ironico per un uomo che molti dipingevano come un bruto.

Poi arriva il periodo nero. Dopo la guerra messicana lo mandano in California e Oregon. Lontano da Julia, solo, depresso. Comincia a bere. Non era un alcolizzato da film: bastavano due bicchieri e diventava rosso, biascicava e basta. Ma la solitudine lo uccideva. Nel 1854, a Fort Humboldt, le voci arrivano al colonnello. Grant si dimette per non finire sotto corte marziale. Torna civile: fallisce come agricoltore (chiama la sua fattoria “Hardscrabble”, cioè “zappata dura”), prova con il legname, le tasse, tutto. Finisce a vendere pellame nel negozio di famiglia a Galena, Illinois, nel 1860. A 38 anni è un ex ufficiale fallito, con debiti e zero prospettive. La gente lo guardava con pietà. “Quel Grant? Poveretto, beve e non combina niente”.

Poi Fort Sumter, aprile 1861. La Guerra Civile esplode. Grant si offre volontario. All’inizio nessuno lo vuole. Troppo anonimo. Ma l’Illinois gli dà un reggimento di volontari indisciplinati: il 21° Illinois. In due settimane li trasforma in soldati. Promosso brigadier generale. Febbraio 1862: cattura Fort Henry e Fort Donelson. Al comandante confederato che chiede termini, risponde: “No terms except unconditional and immediate surrender”. Nasce il nickname “Unconditional Surrender Grant”. Lincoln lo nota: “Non posso fare a meno di quest’uomo. Lui combatte”.

Shiloh, aprile 1862: una carneficina. Il primo giorno sembra una disfatta. Grant, sotto la pioggia, con il braccio al collo per una caduta da cavallo, dice a Sherman: “Lick ‘em tomorrow” (li lecchiamo domani). E vince. Le critiche arrivano (“è un macellaio, beve”), ma Lincoln lo difende. Poi Vicksburg, 1863: il capolavoro. Assedio di 47 giorni, manovre geniali, taglia in due la Confederazione e conquista il Mississippi. Chattanooga: altra vittoria incredibile. Lincoln lo nomina tenente generale (ruolo che non esisteva più dai tempi di Washington) e gli dà il comando di TUTTO l’esercito unionista.

1864: Overland Campaign. Grant contro Lee. Perdite enormi (Wilderness, Spotsylvania, Cold Harbor: 54.000 morti in pochi mesi). La stampa lo chiama “butcher”. Ma lui non molla. “Non posso risparmiare quest’uomo”, ripete Lincoln. Assedio di Petersburg, poi l’inseguimento. 9 aprile 1865, Appomattox: Grant incontra Lee in un salotto. Lui arriva in uniforme sporca di fango, Lee impeccabile. Termini generosi: i confederati possono tornare a casa con cavalli e armi personali. Grant scrive: “Ho provato tristezza per la caduta di un nemico che aveva combattuto così a lungo e con tanto valore”. Il giorno dopo va a trovare Lee di persona e gli chiede di far arrendere anche gli altri eserciti sudisti. Classe pura.

The Key Way West Point Prepared Ulysses S. Grant for the Civil War | HISTORY

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Ulysses S. Grant: 5 Books Worth Reading (Book Notes)

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La presidenza (1869-1877): il salvatore che si è fidato troppo

Eletto a 46 anni (il più giovane fino ad allora), senza mai aver fatto politica. Voleva riunire Nord e Sud e proteggere i neri liberati. Firma il 15° Emendamento (diritto di voto ai neri), crea il Dipartimento di Giustizia per combattere il Ku Klux Klan, nomina un nativo americano (Ely Parker) a capo degli Affari Indiani. Prova persino ad annettere la Repubblica Dominicana come rifugio per ex schiavi. Risultato? Scandali a raffica. Amici e parenti rubano (Black Friday, Whiskey Ring, Credit Mobilier). Grant non era corrotto, ma fidava ciecamente negli sbagliati. La stampa lo massacra. Eppure guida la ricostruzione, passa l’economia dalla guerra alla pace e gestisce il Panic del 1873. Ironia: l’uomo che aveva vinto la guerra più sanguinosa della storia americana viene ricordato più per i suoi ministri ladri che per aver salvato l’Unione.

Dopo due mandati, il tour mondiale: 1877-1879. Primo ex presidente a girare il globo. Inghilterra, Francia, Italia, Medio Oriente, India, Giappone, Cina. Ovunque lo accolgono come un eroe. Julia racconta aneddoti divertenti: in un posto lo scambiano per un re, in un altro Grant si commuove davanti a una parata. Torna povero (investimenti andati male, truffato da un socio).

1884: diagnosi di cancro alla gola. Colpa dei 10-20 sigari al giorno (da Donelson in poi fumava come una ciminiera per calmare i nervi: ne triturava dozzine durante le battaglie). Senza soldi, senza pensione (all’epoca i presidenti non ce l’avevano), decide di scrivere le memorie per lasciare qualcosa alla famiglia. Mark Twain gli fa da editore. Grant, con la gola che brucia, detta e scrive sdraiato, soffrendo da morire. Finisce il 20 luglio 1885. Muore il 23 luglio. Le “Personal Memoirs” diventano il best seller dell’epoca: la vedova Julia incassa il più grosso assegno di diritti d’autore mai visto. Il libro è ancora oggi considerato uno dei migliori mai scritti da un presidente: chiaro, onesto, senza retorica.

From “lovelorn, insecure young man” to resolute commander—the private side of  Ulysses S. Grant - Library of America

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Grant at Appomattox Court House (U.S. National Park Service)

nps.gov

General and former president Ulysses S. Grant writing his memoirs, taken in  the 27th of june 1885. less than one month before his death (colorized by  me) [1000x772] : r/HistoryPorn

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Curiosità che sembrano inventate (ma sono vere)

  • Ha liberato l’unico schiavo che possedeva (regalo del suocero) nel 1859, prima ancora che fosse obbligatorio.
  • A West Point era un cavallerizzo leggendario: saltava ostacoli che gli altri non osavano.
  • Durante la guerra masticava sigari e li riduceva in brandelli per l’ansia. A Cold Harbor si sentiva in colpa per le perdite e scriveva lettere alla figlia piccola per distrarsi.
  • Dopo Appomattox ha incontrato Lee altre due volte. Una volta a cavallo, da solo, per chiacchierare di cose militari.
  • Il suo cavallo preferito si chiamava Cincinnati: lo ha cavalcato fino alla fine.
  • Nella tomba a New York (la più grande mausoleo d’America) lui e Julia sono seppelliti sopra terra, non sotto. E la domanda classica “Who’s buried in Grant’s Tomb?” è un trabocchetto: nessuno, perché sono sopra.

Considerazioni

Grant è il mio eroe imperfetto preferito. Non era un genio tattico alla Lee (quello era un artista delle battaglie), né un santo. Beveva quando era solo, si fidava degli amici sbagliati, ha fatto errori sanguinosi. Ma aveva una qualità rarissima: non mollava mai. Quando tutti dicevano “basta, troppi morti”, lui rispondeva “andiamo avanti”. Ha capito che la guerra moderna si vince con logistica, tenacia e coordinamento di tutti i fronti. Ha salvato l’Unione e ha dato ai neri i primi diritti veri. Come presidente ha provato, ha fallito su alcuni fronti, ma ha tenuto il paese insieme in un momento da incubo.

Le sue memorie le leggo ancora oggi: zero autocelebrazione, solo fatti e umanità. Un uomo che ha perso tutto nella vita civile, ha vinto la guerra più terribile della storia e poi, morendo di cancro, ha scritto un capolavoro per non lasciare la famiglia sul lastrico. Questo è Grant: l’underdog definitivo. Non il più elegante, non il più brillante a tavolino. Ma quello che ha finito il lavoro. E per me, in assoluto, resta il più grande comandante della Guerra Civile. Non perché fosse perfetto. Ma perché era umano, testardo e alla fine ha vinto. Punto.

Questo articolo e' originariamente stato pubblicato sul mio sito https://cronachedibattaglia.altervista.org/

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