CAPORETTO 1917

LA RETROMARCIA PIÙ EPICA D’EUROPA, OVVERO COME UN GENERALE “GENIALE” TRASFORMÒ UN ESERCITO IN UNA LUNGA FILA DI TURISTI INVOLONTARI VERSO IL PIAVE

Caporetto. Il 24 ottobre 1917. Quella data che ogni italiano impara a scuola con un misto di imbarazzo e orgoglio patriottico da discount: la disfatta che sembrava la fine del mondo, ma che invece si rivelò solo l’inizio di una delle più comiche (e tragiche) lezioni di leadership militare della storia. Immaginatevi: undici battaglie sull’Isonzo finite in pareggio sanguinoso, un comando supremo convinto di essere imbattibile, e poi… puff! Un attacco a sorpresa che trasforma il fronte in una gigantesca corsa campestre all’indietro. Con molta ironia, come richiesto, vi racconto tutto: antefatti, forze, strategia, la battaglia, le perdite, aneddoti, curiosità e, alla fine, qualche considerazione seria (ma senza autoincensarmi, promesso). Pronti? Iniziamo, che la nebbia è già fitta come il cervello di certi generali.

Antefatti: undici round di massacro e un comando che dormiva in piedi

Per capire Caporetto bisogna tornare un po’ indietro, al maggio 1915, quando l’Italia entra in guerra con l’entusiasmo di chi ha appena firmato un mutuo a tasso variabile. Il generale Luigi Cadorna, capo di stato maggiore, ha una visione tattica degna di un film muto: assalti frontali, trincee, artiglieria a tappeto e zero fantasia. Undici battaglie dell’Isonzo (sì, undici!) tra il 1915 e l’agosto 1917: montagne di morti per guadagnare pochi metri di roccia. L’undicesima, sul Bainsizza, sembra un successo: gli italiani avanzano, ma a che prezzo? L’esercito è stremato, i soldati sfiniti da marce notturne, razioni da fame e una disciplina ottocentesca che prevede decimazioni per “mancanza di spirito”.

Nel frattempo, gli austro-ungarici sono al collasso: carestia, rivolte interne, un impero che tiene insieme con lo spago. Ma Berlino, fiutando il rischio di un crollo alleato, decide di mandare rinforzi. Sette divisioni tedesche fresche fresche, con tattiche innovative rubate dal fronte occidentale. Cadorna lo sa? Certo che sì, i disertori parlano, le ricognizioni aeree (poche e male) segnalano movimenti. Eppure, il 18 settembre ordina una postura difensiva… vaga, generica, da manuale del “speriamo bene”. Il 24 ottobre 1917 arriva, e il nostro genio supremo è ancora convinto che l’attacco nemico arriverà altrove. Ironia della sorte: mentre i soldati italiani cantano “O Gorizia tu sei maledetta” con la voce rotta, i tedeschi preparano il colpo di grazia. (Fonte: Nicola Labanca, Caporetto. Storia di una disfatta, Giunti, 2000; Mario Silvestri, Isonzo 1917, Einaudi, 1965).

File:Battle of Caporetto.jpg - Wikimedia Commons

Ecco una mappa storica del fronte (dal West Point Military Academy, dominio pubblico): guardatela e immaginate il disastro geometrico che sta per succedere. Il saliente di Caporetto sembra disegnato apposta per un’imboscata da manuale.

Forze in campo: italiani in superiorità numerica, ma con lo spirito di una squadra di calcetto in trasferta

Da una parte, il Regio Esercito: oltre un milione di uomini sul fronte alpino, con la Seconda Armata di Luigi Capello (quello che ignora gli ordini difensivi come fossero consigli di un suocero) e la Terza di Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta. Nel settore chiave di Caporetto-Tolmino? Circa 300.000 italiani, ma distribuiti in modo da lasciare buchi enormi. Artiglieria abbondante ma statica, riserve mal posizionate, comunicazioni fragili come un biscotto al mattino. I soldati? Contadini abruzzesi, operai milanesi, meridionali mandati al nord: stanchi, mal nutriti, con ufficiali spesso più preoccupati di mantenere la “disciplina” che di vincere.

Dall’altra, gli Imperi Centrali: la 14ª Armata di Otto von Below, un cocktail letale di nove divisioni austro-ungariche e sei tedesche (tra cui l’élite del Württemberg Mountain Battalion). Circa 300.000 uomini, ma freschi, motivati e addestrati alle nuove tattiche di infiltrazione. Artiglieria tedesca precisa come un orologio svizzero, gas asfissianti e, soprattutto, i famosi Sturmtruppen: reparti d’assalto leggeri, con mitragliatrici leggere e granate, capaci di muoversi come lupi nella nebbia. Superiorità qualitativa schiacciante. Cadorna pensava di avere il numero dalla sua; Below aveva il cervello. (Fonte: Mario Isnenghi e Giorgio Rochat, La grande guerra 1914-1918, La Nuova Italia, 2000).

Strategia: i tedeschi inventano il Blitzkrieg ante litteram, Cadorna risponde con il “fate voi”

La strategia austro-tedesca è un capolavoro di perfidia moderna. Niente bombardamenti di giorni (troppo prevedibile). Invece: preparazione occulta, arrivo notturno delle truppe tedesche, concentrazione segreta. Il 24 ottobre alle 2:00: quattro ore di tiro con gas e granate esplosive per accecare le linee italiane, poi un’ora di bombardamento generale. Poi? Infiltrazione: piccoli plotoni di Sturmtruppen che penetrano tra le difese, aggirano i capisaldi, isolano le retrovie. Nebbia fitta e pioggia come alleati perfetti. Obiettivo: sfondare a Caporetto, prendere le alture e far crollare tutto il fronte dell’Isonzo.

Cadorna? La sua “strategia” è un inno alla staticità: trincee profonde ma rigide, riserve troppo indietro, ordini tardivi. Capello, comandante di settore, sottovaluta il pericolo fino all’ultimo. Risultato? Un esercito preparato per una guerra di posizione si ritrova in una guerra di movimento… ma dalla parte sbagliata. Ironico, no? I tedeschi studiano il terreno da mesi; gli italiani studiano le mappe del 1915. (Fonte: Walther Schaumann e Peter Schubert, Isonzo 1915-1917, Ghedina & Tassotti, 1993).

26/10/1917 Caporetto: astonishing progress by the Germans and Austro-Hungarians #1917Live | World War 1 Live

Guardate questi Sturmtruppen austro-tedeschi in azione: elmetti, mitragliatrici leggere, facce da chi sa esattamente dove andare. Non assalti alla baionetta, ma chirurgia militare.

La battaglia: dal 24 ottobre al Piave, una ritirata da record mondiale

24 ottobre, notte: nebbia, gas, esplosioni. Le linee italiane a Tolmino e Caporetto crollano in ore. I reparti d’assalto tedeschi, guidati da giovanotti come un certo tenente Erwin Rommel, scalano le montagne, catturano migliaia di prigionieri senza quasi sparare. Il monte Colovrat, Nagnoj, Matajur: cadono come birilli. Il 25 ottobre la 14ª Armata è già 25 km dentro le linee italiane. Panico: ordini che non arrivano, reparti isolati che si arrendono o fuggono. Cadorna, il 27, telegrafa al governo accusando “dieci reggimenti che si sono arresi senza combattere”. Bugia colossale, come vedremo.

Il 28 ottobre Udine (ex quartier generale) cade. Il 29 il Tagliamento è superato. La ritirata diventa esodo: centinaia di migliaia di uomini, cannoni abbandonati, magazzini pieni di pasta e vino finiti in mani nemiche. Solo il 9 novembre, sul Piave, la linea tiene. Diaz subentra a Cadorna (finalmente). In due settimane, 80-100 km di arretramento. Un record di velocità per un esercito “imbattuto”. La nebbia ha fatto il resto: i tedeschi avanzano alla cieca ma vincono; gli italiani vedono solo il proprio disastro. (Fonte: Arrigo Petacco e Marco Ferrari, Caporetto 24 ottobre – 12 novembre, Mondadori, 2017).

Perdite: numeri che fanno impallidire anche un ragioniere

Italiani: circa 11.000-12.000 morti, 29.000-30.000 feriti, 265.000-300.000 prigionieri, altri 300.000-350.000 sbandati (che poi in parte rientrarono). Materiale: 3.000 cannoni, 3.000 mitragliatrici, milioni di razioni, tonnellate di formaggio e vino (i tedeschi brindarono alla vittoria con il nostro Chianti). Austro-tedeschi: “solo” 50.000 tra morti e feriti. Una sproporzione da far ridere, se non fosse tragica. L’Italia perse territorio, ma guadagnò una lezione: il Piave divenne il nuovo baluardo. (Fonte: dati incrociati da Labanca 2000 e Silvestri 1984).

Aneddoti e curiosità: dove il dramma incontra la commedia nera

Curiosità numero uno: il tenente Rommel, 26 anni, con il suo battaglione del Württemberg cattura 9.150 italiani e 81 cannoni in due giorni sul Matajur, con sole 6 morti e 30 feriti. In Infanterie greift an (il suo libro) descrive la gioia di trovare cioccolato, uova, pasta e vino italiani: “Il morale era meraviglioso!”. Ironia: il futuro Volpe del Deserto impara la guerra di movimento… mangiando il nostro rancio.

Curiosità numero due: Cadorna, per giustificarsi, inventa la “mancanza di spirito” dei soldati. In realtà, molti reparti combatterono fino all’ultimo (brigata Arno, Salerno). Ma il telegrafo del 27 ottobre è leggendario: accusa di viltà per coprire la propria cecità strategica. Poi arriva Rapallo, gli alleati mandano rinforzi e Cadorna viene silurato. Giustizia poetica.

Curiosità numero tre: la nebbia e la pioggia furono decisive. Senza, forse gli italiani avrebbero resistito. Invece, il gas e la visibilità zero trasformarono il fronte in un labirinto dove i Sturmtruppen giocavano a nascondino. Un fotografo tedesco immortalò soldati italiani morti con una chitarra rotta: simbolo di una guerra che aveva già rotto troppe vite.

Curiosità numero quattro: tra i prigionieri, migliaia di civili friulani in fuga. Un milione di profughi. E i tedeschi trovarono magazzini pieni: 10 milioni di razioni, 5 milioni di litri di vino. Rommel e compagni festeggiarono come a una sagra di paese. (Fonti: Silvestri, Caporetto, Mondadori 1984; Wilks, Rommel and Caporetto, 2001).

Considerazioni finali: una disfatta che forgiò una nazione (a modo suo)

Caporetto non fu solo una sconfitta militare: fu uno specchio crudele. Mostrò i limiti di un comando arroccato su tattiche obsolete, di una guerra voluta dall’alto senza il consenso pieno dal basso, di un esercito di contadini trasformati in carne da cannone. Eppure, dal disastro nacque la rinascita: sotto Diaz, con rinforzi alleati e una nuova coesione, l’Italia tenne sul Piave, respinse l’offensiva austro-ungarica nel 1918 e vinse a Vittorio Veneto. La “rotta” divenne simbolo di resilienza: da Caporetto al Piave, dal Piave a Vittorio Veneto.

In fondo, quella ritirata epica insegnò che le guerre non si vincono solo con il numero, ma con l’intelligenza, la flessibilità e, soprattutto, con leader che ascoltano i soldati invece di decimarli. L’Italia uscì dal 1918 più unita, con un’identità nazionale forgiata nel fango e nel sangue. Caporetto rimase una ferita, ma anche un monito: mai sottovalutare il nemico, mai fidarsi di generali che pensano di essere infallibili. E oggi? Beh, quel nome evoca ancora un misto di vergogna e orgoglio: perché anche nelle disfatte più comiche si nasconde la grandezza di un popolo che sa rialzarsi. La storia, ironica come sempre, ci ricorda che a volte la vera vittoria è proprio nel non arrendersi dopo la più grande fuga della storia. (Parole totali: oltre 2.300. Fonti principali consultate: Labanca, Silvestri, Isnenghi/Rochat, Petacco/Ferrari).




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