GALLIPOLI 1915
IL GENIALE PIANO DI CHURCHILL PER "SFONDARE" I DARDANELLI... E FINIRE IN UN VICOLO CIECO DI SANGUE E BUONSENSO
Ah, il 1915. L’anno in cui la Grande Guerra, già abbastanza ridicola sul fronte occidentale con le sue trincee e i suoi attacchi frontali da idioti, decise di regalarsi un capolavoro di ambizione imperiale: la Campagna di Gallipoli. Un’operazione che, sulla carta, sembrava il colpo di genio di Winston Churchill – all’epoca First Lord of the Admiralty – per aprire una scorciatoia verso Costantinopoli, aiutare la Russia e far crollare l’Impero Ottomano come un castello di carte. Nella realtà? Un disastro anfibiario così epico da far impallidire persino i peggiori film di guerra. Ma andiamo con ordine, perché questa storia merita di essere raccontata con il giusto tono: quello di chi guarda un piano “perfetto” trasformarsi in una farsa tragica, tra mine vaganti, generali miopi e soldati mandati al macello con il sorriso stampato in faccia.
Antefatti: Quando l’impero britannico decise di giocare a Risiko con la Turchia
Tutto nasce dalla frustrazione alleata. Siamo nel 1914-1915: il fronte occidentale è bloccato in una guerra di logoramento che sembra un eterno pareggio sanguinoso. La Russia, alleata ma isolata, chiede aiuto per rifornimenti via Mar Nero. Churchill, con la sua solita verve da visionario (o da incosciente, dipende dai punti di vista), propone: “Perché non forziamo i Dardanelli? Una flotta di vecchie corazzate obsolete – quelle che non servono contro i tedeschi – e un paio di divisioni per occupare la penisola di Gallipoli. Gli ottomani crolleranno, Costantinopoli cadrà e la guerra finirà prima di Natale!”.
Il 19 febbraio 1915 inizia il bombardamento navale. Gli Alleati pensano che basti sparare un po’ sui forti turchi all’entrata dello stretto per farli scappare. Errore madornale numero uno: i turchi, sotto il comando del generale tedesco Liman von Sanders, avevano piazzato mine ovunque e cannoni ben nascosti. Il 18 marzo la flotta anglo-francese subisce il colpo di grazia: tre corazzate affondate, altre danneggiate, mine che danzano come in una macabra quadriglia. Risultato? Addio piano navale “facile”. Si passa al piano B: lo sbarco di terra. Geniale, no? Trasformare un fallimento navale in un’invasione anfibia senza aver mai provato niente del genere su scala moderna. I preparativi vanno avanti tra Lemnos e Alessandria, con truppe che si annoiano in attesa di un’avventura che prometteva gloria e che consegnò solo fango, mosche e morte.
Ecco la mappa della penisola di Gallipoli e delle posizioni turche nell’aprile 1915, per capire quanto il terreno fosse un incubo perfetto per i difensori.
Forze in campo: Gli Alleati con i loro giocattoli imperiali contro i Turchi che combattevano per casa
Da una parte, gli Alleati mettono in campo un esercito multicolor: circa 489.000 uomini in totale durante la campagna, con 345.000 britannici (inclusi irlandesi, indiani e terranoviani), 79.000 francesi e il resto ANZAC (Australian and New Zealand Army Corps), più qualche indiano. All’inizio dello sbarco, il 25 aprile 1915, si contano cinque divisioni: la 29ª Divisione britannica a Capo Helles, l’ANZAC a nord di Gaba Tepe e una brigata francese per finta sul lato asiatico. Comandante supremo: Sir Ian Hamilton, un gentiluomo che sembrava uscito da un romanzo di Kipling ma che si rivelò maestro nell’arte di sottovalutare il nemico.
Dall’altra parte, gli Ottomani: tra 250.000 e 315.000 uomini, organizzati in divisioni ben trincerate sotto Liman von Sanders. Ma il vero eroe (o il flagello, a seconda da che parte stai) è Mustafa Kemal, futuro Atatürk, che comanda la 19ª Divisione. I turchi combattevano sul loro terreno, con linee di rifornimento brevi, artiglieria piazzata sui crinali e una determinazione feroce: difendevano casa, non un impero in declino. Armi? Fucili Mauser, mitragliatrici e un sacco di baionette. Gli Alleati avevano superiorità numerica e navale, ma zero sorpresa e mappe approssimative. Ironia della sorte: i turchi, considerati “il malato d’Europa”, si rivelarono più sani di quanto Churchill avesse previsto.
Strategia e tattica: Il piano perfetto... per un suicidio collettivo
La strategia alleata era semplice sulla carta: sbarcare, conquistare la penisola, neutralizzare i forti e aprire lo stretto alla flotta. Tattica? Sbarco anfibio in piena notte, con barche a remi e navi da trasporto, supportati da fuoco navale. Peccato che nessuno avesse mai fatto un’operazione del genere su quella scala. Nessuna sorpresa: i turchi sapevano tutto da settimane. Nessuna artiglieria pesante a sufficienza sulle spiagge. E soprattutto, una sottovalutazione criminale delle difese nemiche. Hamilton pensava che i turchi sarebbero fuggiti dopo i primi colpi. Invece, Kemal ordinò: “Non vi ordino di attaccare, vi ordino di morire”. E i suoi soldati obbedirono alla lettera.
I britannici puntavano su Capo Helles per una spinta verso Krithia e Achi Baba. Gli ANZAC su una spiaggia “tranquilla” che si rivelò un inferno di scogliere e fuoco incrociato. I francesi facevano da diversivo a Kum Kale. Risultato? Trincee immediate, assalti frontali inutili e una guerra di posizione identica a quella in Francia, ma con in più il caldo, la sete e le mosche. Tattica turca? Difesa elastica: lasciare le spiagge e colpire dai crinali. Geniale, no? Gli Alleati attaccavano in salita contro mitragliatrici. I turchi contrattaccavano di notte con baionette. Un balletto macabro.
Ecco uno degli sbarchi all’alba del 25 aprile: barche stipate di soldati che remano verso la spiaggia, con le navi da guerra in lontananza. Sembra epico... finché non inizia la sparatoria.
La battaglia: Dal 25 aprile al gennaio 1916, otto mesi di “progressi” da lumaca
Il 25 aprile 1915 è il giorno del disastro. A Capo Helles, la 29ª Divisione britannica sbarca tra sangue e caos: migliaia di caduti nei primi minuti. A Anzac Cove, gli australiani e neozelandesi finiscono su una spiaggia sbagliata, sotto fuoco di fucileria e artiglieria. Si guadagnano poche centinaia di metri, poi si bloccano. Kemal arriva di corsa e ferma l’avanzata con la sua divisione. Per mesi: attacchi a Krithia (falliti), assalti notturni, trincee a pochi metri di distanza. Le mosche banchettano sui cadaveri, la dissenteria fa più vittime delle pallottole.
Agosto 1915: l’offensiva “decisiva”. Sbarco a Suvla Bay con truppe fresche. Obiettivo? Prendere i crinali e collegarsi agli ANZAC. Risultato? Caos totale. I comandanti perdono il controllo, le truppe si fermano a fare il tè invece di avanzare. La carica al Nek: 372 australiani della Light Horse Brigade mandati al macello in 15 minuti contro mitragliatrici intatte. Lone Pine: corpo a corpo feroce, ma zero guadagni strategici. I turchi tengono tutto.
L’inverno arriva, con tempeste e evacuazione forzata. Dicembre 1915-gennaio 1916: gli Alleati se ne vanno in silenzio, lasciando dietro solo mine e orgoglio ferito. Un capolavoro di ritirata impeccabile... dopo aver sprecato tutto il resto.
Perdite: Numeri che parlano da soli (e fanno male)
Gli Alleati: circa 250.000 tra morti, feriti e malati. Britannici e dominion: 213.980 tra cui 44.000 morti. Francesi: 27.000 totali. ANZAC: Australia 28.000, Nuova Zelanda 7.500. Ottomani: stime tra 250.000 e 300.000, con 86.000-87.000 morti. In totale, mezzo milione di vite per... niente. La penisola rimase turca, Costantinopoli intatta e la Russia ancora isolata. Un pareggio sanguinoso che definì “vittoria” solo per i difensori.
Fonti e approfondimenti inseriti qui
Queste cifre e dettagli provengono da fonti storiche autorevoli come l’Imperial War Museum (che conserva diari e foto dei veterani) e l’Australian War Memorial, oltre alle analisi di storici come Peter Hart nel suo Gallipoli (basato su testimonianze dirette) e l’Official History britannica. Non ci sono “miti” gonfiati: solo rapporti ufficiali e lettere dei soldati che maledicevano il comando.
Aneddoti e curiosità: Tra eroi improbabili e momenti da film
Non tutto fu solo sangue. C’è John Simpson, l’australiano con il suo asino Duffy (o Abdul, o Murphy – ne cambiò diversi). Per tre settimane portò centinaia di feriti giù dalle colline sotto il fuoco, fino a quando una pallottola lo fermò. Diventò leggenda ANZAC: l’uomo che trasformò un asino in ambulanza. I turchi lo chiamavano “l’anglo con l’asino” e, si dice, lo rispettavano.
Poi la carica al Nek: un ordine stupido che mandò ondate di Light Horse (senza cavalli, ovviamente) contro filo spinato e mitragliatrici. Morirono in piedi, baionetta in canna. O la battaglia di Lone Pine: corpo a corpo in trincee coperte di sabbia, dove gli australiani conquistarono la posizione ma persero 2.000 uomini in pochi giorni. E Atatürk? Il suo ordine “morite” divenne motto nazionale. Dopo la guerra, da presidente turco, disse degli ANZAC: “Voi che siete venuti qui per ucciderci, ora riposate in pace. Siamo amici”. Ironia suprema: un nemico che onora i morti nemici meglio di tanti alleati.
Curiosità extra: le mosche erano così tante che i soldati le chiamavano “la sesta arma dei turchi”. E durante l’evacuazione, i genieri lasciarono orologi e rumori per far credere ai turchi che le trincee fossero ancora piene. Funzionò. Nessuno inseguì.
Ecco un assalto vicino alle trincee turche poco prima dell’evacuazione: coraggio allo stato puro... o follia allo stato puro?
Considerazioni finali: Una lezione pagata a caro prezzo, ma che nessuno dimenticò
Gallipoli non fu solo una battaglia persa. Fu il funerale di un’illusione imperiale: l’idea che bastasse un piano audace per piegare un nemico “debole”. Forgiò l’identità ANZAC – Australia e Nuova Zelanda passarono da colonie a nazioni con un mito fondativo di sangue e resistenza. Per i turchi, Atatürk divenne il padre della patria moderna. Per Churchill, fu un’umiliazione che lo mandò in trincea in Francia a rifarsi la reputazione (e ci riuscì, ma questa è un’altra storia).
Oggi, il 25 aprile è ANZAC Day: commemorazioni, lacrime e orgoglio. Ma sotto, la verità ironica resta: mezzo milione di uomini morti per un piano che sembrava geniale a Londra e suicida a Gallipoli. Dimostrò che le guerre moderne non si vincono con corazzate obsolete e generali ottimisti. Insegnò al mondo l’arte dello sbarco anfibio... pagando il prezzo di migliaia di vite per ogni lezione appresa. E mentre i turisti oggi passeggiano sulle spiagge tranquille di Anzac Cove, i fantasmi ridono: “Visto? Ve l’avevamo detto che era una pessima idea”.
In fondo, Gallipoli è questo: un monumento all’umanità che combatte con coraggio anche quando i capi sbagliano tutto. E forse, proprio per questo, continua a ossessionarci.
Fonti: Peter Hart – "Gallipoli" (Oxford University Press, 2011)
Australian War Memorial (AWM) – Sezione ufficiale sulla Campagna di Gallipoli
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