Tsushima
L’Odissea del Baltico che Finì in un Tuffo da Commedia – Quando i Russi Fecero il Giro del Mondo per Prendere una Sberla Epica
Immaginatevi una flotta zarista che, dopo aver circumnavigato mezzo pianeta tra paranoia, carbone ovunque e incidenti diplomatici da vaudeville, arriva fresca come un cetriolo marinato davanti alle coste giapponesi… solo per scoprire che il nemico ha già preparato il tappeto rosso per la sua umiliazione navale. Benvenuti alla Battaglia di Tsushima, 27-28 maggio 1905, uno dei momenti più tragicomici (e decisivi) della storia navale moderna. Non è solo una battaglia: è un’epopea ironica in cui l’orgoglio imperiale russo si scontrò con la precisione giapponese, e il risultato fu un disastro così perfetto da far impallidire persino le barzellette su Napoleone in Russia.
Antefatti: Il Viaggio del Destino (o della Disperazione)
Siamo nel pieno della Guerra Russo-Giapponese (1904-1905). I giapponesi, sotto l’Imperatore Meiji, hanno già umiliato la flotta russa del Pacifico a Port Arthur, che sta per cadere come un castello di carte bagnato. Lo Zar Nicola II, non potendo accettare l’idea di perdere la faccia in Asia, ordina alla Flotta del Baltico – ribattezzata pomposamente Seconda Squadra del Pacifico – di salpare da Libau (oggi Liepaja, Lettonia) il 15 ottobre 1904 per rinforzare le truppe in Estremo Oriente. Obiettivo: raggiungere Vladivostok, 18.000 miglia nautiche dopo, passando per mezzo mondo.
Il viaggio? Un capolavoro di ironia logistica. La flotta, comandata dall’ammiraglio Zinovy Rozhestvensky (un tipo burbero ma competente, almeno sulla carta), era un’accozzaglia di navi nuove e vecchie, cariche di carbone fino all’inverosimile. I ponti erano neri di polvere, gli equipaggi esausti già prima di partire. E qui entra in scena il primo atto comico: l’Incidente di Dogger Bank (21 ottobre 1904). Nel Mare del Nord, in piena nebbia, i russi avvistano delle “torpediniere giapponesi”. Peccato che fossero pescherecci britannici di Hull. Risultato? I russi aprono il fuoco, affondano un trawler, feriscono altri pescatori e quasi dichiarano guerra alla Gran Bretagna, alleata del Giappone. Secondo i resoconti storici, spararono oltre 800 proiettili contro fantasmi e alleati potenziali. Un capolavoro di paranoia da viaggio lungo.
Il resto del viaggio fu un’odissea surreale: coaling in alto mare (una fatica infernale), avarie continue, equipaggi che impazzivano per il caldo tropicale e la noia. Passarono per il Capo di Buona Speranza (perché il Canale di Suez era off-limits dopo Dogger Bank), toccarono Madagascar, l’Indocina francese. Rozhestvensky, malato e scoraggiato, teneva un diario che trasuda ironia involontaria: la flotta sembrava più un circo viaggiante che una forza da combattimento. Intanto, a Port Arthur, i giapponesi stringevano l’assedio. Quando la flotta russa arrivò nello Stretto di Tsushima il 27 maggio 1905, era un’ombra di se stessa: scafi incrostati di alghe, motori affaticati, morale a terra. I giapponesi, invece, erano a casa, freschi, con radio (sì, la prima grande battaglia con il telegrafo senza fili) e addestramento britannico-style.
(Mappa storica della battaglia e del tragitto russo – immagine di pubblico dominio da fonti archivistiche, che mostra chiaramente come i russi arrivarono dritti nella trappola.)
Forze in Campo: Davide Giapponese vs. Golia Russo (ma con i Piedi di Argilla)
Da una parte, l’ammiraglio Tōgō Heihachirō, il “Nelson dell’Est”, con la Combined Fleet: 4 corazzate moderne (Mikasa, Shikishima, Fuji, Asahi), 8 incrociatori corazzati, 12 protetti, decine di cacciatorpediniere e siluranti. In tutto circa 89 unità, veloci, ben armate con artiglieria a tiro rapido e equipaggi motivatissimi. I giapponesi avevano studiato a fondo la Royal Navy: gunnery training ossessivo, comunicazioni radio perfette.
Dall’altra, Rozhestvensky con 8 corazzate (tra cui le potenti Borodino-class), 3 corazzate costiere obsolete, 7 incrociatori protetti, 9 cacciatorpediniere e una coda di navi ausiliarie e trasporti – 37 unità da combattimento principali più scorta. Sulla carta sembravano superiori in stazza (oltre 100.000 tonnellate), ma la realtà era diversa: navi sovraccariche di carbone (che riduceva la stabilità e la velocità), equipaggi sfiniti da 7 mesi di mare, artiglieria lenta e precisione scarsa. I russi sparavano proiettili da 12 pollici, ma con cadenza ridicola rispetto ai giapponesi. Ironia della sorte: la flotta che aveva girato il mondo per “salvare” l’Impero finì per sembrare un convoglio di rottami galleggianti.
La strategia russa era semplice (forse troppo): passare lo Stretto di Tsushima, arrivare a Vladivostok e continuare la guerra. Rozhestvensky sperava di sfruttare la notte e la nebbia per sgattaiolare via. Tatticamente, la flotta navigava in due colonne parallele: la più forte (le Borodino) a destra, le deboli a sinistra. Idea? Se i giapponesi attaccavano il fianco debole, i forti potevano filare verso nord. Geniale… sulla carta.
I giapponesi, invece, avevano tutto dalla loro: intelligence via radio (le navi scout riferivano in tempo reale), velocità superiore e una tattica da manuale: crossing the T (incrociare la T). Tōgō voleva allineare la sua flotta perpendicolarmente alla linea russa, concentrando il fuoco su un solo obiettivo alla volta mentre i russi potevano rispondere solo con le armi di prua. Togo aveva studiato a Londra: sapeva che il “Togo turn” (la virata a U delle sue navi in successione) avrebbe creato il caos. Inoltre, di notte sarebbero entrati in azione i siluranti come sciami di api assassine. Strategia giapponese: precisione chirurgica. Russa: speranza e preghiere allo Zar.
(Diagramma storico della tattica “crossing the T” – illustrazione di pubblico dominio che spiega visivamente come i giapponesi trasformarono la linea russa in un bersaglio da tiro al bersaglio.)
La Battaglia: Dal “Z” Flag alla Notte degli Inferi
27 maggio 1905, ore 13:45 circa. La nebbia si alza. La nave scout giapponese Shinano Maru avvista i russi e trasmette via radio: “Nemico in vista”. Tōgō alza il segnale “Z” (ispirato a Nelson a Trafalgar): “Il destino dell’Impero dipende dall’esito di oggi. Ogni uomo faccia il suo dovere al massimo”. I giapponesi escono dal porto di Masan e puntano dritti.
Rozhestvensky, convinto che i giapponesi attacchino da sinistra, mantiene la formazione. Errore fatale. Tōgō fa il famoso “Togo turn”: le sue navi virano una dopo l’altra a sinistra, attraversando la prua russa. Alle 14:10-14:45 la T è incrociata. Il fuoco giapponese si concentra sul Knyaz Suvorov (nave ammiraglia russa). Le corazzate russe, lente e pesanti, non riescono a reagire coordinate. I proiettili giapponesi (con esplosivo shimose ad alto potere incendiario) piovono come grandine: ponti esplodono, incendi divampano, timoni si bloccano.
La battaglia diurna dura ore: i russi perdono coesione, navi isolate diventano bersagli. Al tramonto, Tōgō ritira le corazzate e manda avanti cacciatorpediniere e siluranti. Nella notte, il massacro continua: attacchi a sciame, siluri che colpiscono nel buio. Rozhestvensky viene ferito, la flotta si disperde in piccoli gruppi. All’alba del 28, i giapponesi finiscono il lavoro. Solo tre navi russe (tra cui l’incrociatore Almaz) raggiungono Vladivostok. Il resto? Affondato, catturato o internato.
Ironia suprema: la flotta che aveva viaggiato 18.000 miglia per “vendicare” Port Arthur durò in battaglia meno di 24 ore.
(Illustrazione storica della battaglia – immagine di pubblico dominio che cattura il caos delle navi russe sotto il fuoco incrociato giapponese.)
Perdite: Un Bilancio da Record (di Umiliazione)
I numeri parlano da soli, e con un’ironia crudele. Russi: circa 5.045 morti, 803 feriti, oltre 6.000 prigionieri. Perdite materiali: 8 corazzate affondate o catturate, 14 altre navi da guerra affondate, tonnellaggio perso intorno alle 135.000-198.000 tonnellate (92% della flotta). Solo 3 navi arrivano a destinazione.
Giapponesi: 117 morti, 583 feriti, 3 siluranti affondate (poco più di 250 tonnellate). Un rapporto di perdite di 1 a 40 circa. Rozhestvensky stesso finì in ospedale a Kyoto, dove Tōgō lo visitò con gentilezza: “La sconfitta è il destino comune del soldato”. Un tocco di classe che rese l’umiliazione ancora più amara.
Conclusioni: La Fine di un’Epoca (e l’Inizio di un’Altra)
Tsushima chiuse praticamente la guerra. Il Trattato di Portsmouth (settembre 1905), mediato da Theodore Roosevelt, diede al Giappone Port Arthur, la Corea e influenza in Manciuria. La Russia, umiliata, precipitò verso la Rivoluzione del 1905. La battaglia dimostrò il potere delle corazzate “all-big-gun”, delle comunicazioni radio e della superiorità tattica: prefigurò Jutland e la guerra navale del XX secolo. Fu la prima vittoria decisiva di una potenza asiatica su una europea in epoca moderna – un colpo al colonialismo occidentale.
Considerazioni Finali Personali
Non posso non trovare Tsushima deliziosamente ironica. I russi incarnano la classica tragedia dell’overconfidence imperiale: partono convinti di essere invincibili, girano il mondo come in un reality show zarista e finiscono affondati da un avversario che aveva semplicemente studiato meglio. I giapponesi? Meritano rispetto per la disciplina e l’innovazione, ma la vittoria seminò i semi di un militarismo futuro che avrebbe portato tragedie ancora peggiori.
Personalmente, vedo qui una lezione umanista universale: la guerra è sempre un gioco d’azzardo costoso, dove la preparazione batte la stazza, e l’arroganza perde contro la lucidità. Tsushima non fu solo navi contro navi; fu arroganza contro umiltà tattica. Ci ricorda che la storia è piena di “grandi flotte” che finiscono come aneddoti comici nei libri. Eppure, dietro i numeri, c’erano migliaia di marinai – russi esausti, giapponesi determinati – che pagarono con la vita l’ambizione dei loro imperi. Che l’Universo ci insegni a ridere di queste follie, per non ripeterle. E se mai dovessi comandare una flotta… beh, prima di tutto eviterei i pescherecci nel nebbione.
Fonti intersperse da analisi storiche navali autorevoli come US Naval History, USNI Proceedings e resoconti contemporanei di testimoni oculari come Vladimir Semenov.





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