🎖️ VITTORIO VENETO 1918
LA GRANDE VITTORIA CHE ARRIVÒ QUASI PER CASO (MA NON DITELO IN GIRO)
GLI ANTEFATTI — Ovvero: come si arriva a una battaglia cercando di evitarla
Ottobre 1917. L'Italia subisce la devastante disfatta di Caporetto, e il generale Luigi Cadorna — che in tre anni di guerra aveva brillato soprattutto nell'arte di incolpare i soldati per i propri errori — viene defenestrato. Al suo posto arriva il generale Armando Diaz, napoletano di nascita, prudente per vocazione, che adotta una filosofia di comando radicalmente nuova: aspettare.
E aspettare. E ancora aspettare.
Gli Alleati lo tempestano di richieste di attaccare. Il generalissimo francese Ferdinand Foch gli manda messaggi sempre più insistenti. Persino il presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, esasperato, gli manda un telegramma memorabile: "Tra l'inazione e la sconfitta, preferisco la sconfitta. Si muova!" Focus.it
Diaz si muove. Ma a modo suo.
Nel frattempo, sul fronte opposto, le cose non vanno affatto bene per l'Austria-Ungheria. Il generale Borojević, comandante del gruppo d'armate sul Piave, lamentava le grandi difficoltà di vettovagliamento, lo scadimento del morale e della disciplina delle truppe. L'Impero asburgico era una torta millefoglie di popoli, lingue e risentimenti: cechi, slovacchi, croati, ungheresi, polacchi — tutti in uniforme austriaca e sempre meno convinti di voler morire per l'imperatore Carlo I, un giovane monarca che il 16 ottobre 1918 aveva proposto di ristrutturare lo stato in senso federale. Il proclama venne accolto con scetticismo e sfiducia dai politici e dalle popolazioni dell'Impero. Troppo poco, troppo tardi.
Il colpo finale alla volontà asburgica di combattere lo dà il ritiro della Bulgaria dalla coalizione: Roma capisce che la finestra si sta aprendo. Diaz, che aveva rimandato a lungo lo scontro temendo una nuova Caporetto, fu costretto ad agire quando si seppe che il 4 ottobre le potenze centrali avevano inviato una richiesta di armistizio al presidente Wilson. Focus.it
In pratica: il nemico stava già chiedendo la pace, e l'Italia rischiava di arrivare al tavolo delle trattative con le mani in tasca e territori ancora occupati. Bisognava fare in fretta.
LE FORZE IN CAMPO — Il confronto (apparentemente) impari
Sulla carta, gli austro-ungarici erano numericamente superiori. La battaglia fu combattuta da 57 divisioni italiane, 2 britanniche, 1 francese, 1 legione cecoslovacca e un reggimento americano contro 73 divisioni austro-ungariche. Turismovittorioveneto
Settantatré divisioni contro cinquantotto. Gli austriaci sembravano favoriti, almeno a guardare i numeri. Peccato che molte di quelle divisioni asburgiche fossero composte da soldati che avevano già deciso mentalmente di smettere di combattere, mancavano di cibo, munizioni e — cosa non trascurabile — di qualsiasi motivo per rischiare la pelle.
Sul fronte italiano invece c'era chi aveva voglia di rivincita. Caporetto bruciava ancora. I "ragazzi del '99" — le classi più giovani richiamate in anticipo — stavano tenendo il fronte sul Piave con una determinazione che sorprendeva tutti, compresi i generali.
LA STRATEGIA — Un piano geniale con un dettaglio scomodo
Il piano di Diaz era elegante nella sua impostazione: attaccare su più fronti simultaneamente per disorientare il nemico. La IV Armata avrebbe pressato sul Monte Grappa per bloccare le riserve austriache, mentre la VIII Armata avrebbe sfondato sul Piave in direzione di Vittorio Veneto — una cittadina veneta che all'epoca si chiamava semplicemente "Vittorio" e che col nome "Veneto" sarebbe stata completamente rinominata solo nel 1923, proprio in ricordo della battaglia.
Il Comando dell'VIII Armata intendeva forzare il Piave, rompere le linee nemiche e piombare con mossa fulminea su Vittorio per recidere quella grande arteria stradale da cui passavano i rifornimenti austriaci, chiudere lo sbocco della valle del Meschio e portare nell'esercito nemico il disordine e lo scompiglio. Cultura
Piano magnifico. C'era però un piccolo problema: il Piave. Il fiume sacro alla Patria, nei giorni dell'attacco, non era particolarmente patriottico: era ingrossato dalle piogge autunnali e trascinava via i ponti come fossero ramoscelli. Nei primi giorni, l'ingrossamento del Piave in piena travolse le passerelle gettate e non permise un facile sfondamento. Esercito Italiano
La storia, a volte, ha il senso del dramma.
LA BATTAGLIA — Dal disastro iniziale al crollo finale
24 ottobre 1918. Anniversario esatto di Caporetto. Una scelta retorica non casuale.
L'attacco inizia, e subito le cose si mettono male. Sul Grappa, la IV Armata si scontra con una resistenza ostinata e sanguinosa. Sul Monte Grappa, dove gli italiani contarono 28.000 morti in sei giorni, le truppe austro-ungariche schierate lungo la linea del fronte avevano combattuto ferocemente. Trentinograndeguerra Ventottomila in sei giorni. I necrologi si scrivono da soli.
Sul Piave la situazione è bloccata dal fiume in piena. Le passerelle vengono costruite e il fiume le porta via. Si ricostruiscono. Il fiume le porta via di nuovo. È quasi comico, se non fosse tragico.
Poi, improvvisamente, qualcosa cambia.
La battaglia fu caratterizzata da una fase iniziale duramente combattuta, a cui seguì un improvviso e irreversibile crollo della difesa, con la progressiva disgregazione dei reparti e defezioni tra le minoranze nazionali, che favorirono la rapida avanzata finale dell'esercito italiano fino a Trento e Trieste.
Le divisioni ceche, slovacche e croate semplicemente smettono di combattere. L'elemento chiave che consentì all'Esercito italiano di trasformare un'avanzata locale in un avanzamento strategico va individuato anche nella riluttanza dei soldati austro-ungarici — in particolare delle divisioni della riserva — a sacrificare la propria vita per una causa che non percepivano più come propria. Trentinograndeguerra
Il generale Diaz, il comandante che aspettò il momento giusto.
Il 28 ottobre tutte e tre le Armate occupavano saldamente la riva sinistra del Piave, mentre le punte offensive si dirigevano decisamente su Vittorio Veneto. Turismovittorioveneto Il 30 ottobre le truppe italiane entrano in città. L'alto comando austro-ungarico ordinò una ritirata generale e organizzò una commissione armistiziale, che contattò l'Esercito italiano il 29 ottobre. Trentinograndeguerra
Il 3 novembre il XXIX Corpo d'Armata entrava in Trento, mentre la III Divisione di Cavalleria liberava Udine e reparti di Bersaglieri sbarcavano a Trieste. Turismovittorioveneto Lo stesso giorno, a Villa Giusti, vicino a Padova, veniva firmato l'armistizio.
La guerra sul fronte italiano era finita.
LE FONTI
- Focus Storia — Maria Leonarda Leone, "La battaglia finale" (focus.it)
- Archivio di Stato di Torino — Relazioni del Ten. Gen. Giuseppe Vaccari, XXII Corpo d'Armata, 12 novembre 1918 (archiviodistatotorino.cultura.gov.it)
- Esercito Italiano — Sezione storica ufficiale (esercito.difesa.it)
- Trentino Grande Guerra — "La Battaglia di Vittorio Veneto" (trentinograndeguerra.it)
- Turismo Vittorio Veneto — Storia della battaglia (turismovittorioveneto.it)
- Associazione Nazionale Alpini — "Novanta anni fa tra lutti e gioie" (ana.it)
LE CONCLUSIONI — Vittoria sì, ma di chi?
L'armistizio a Villa Giusti — la pace firmata il 3 novembre 1918.
Il 4 novembre 1918, alle ore 15:00, entrava in vigore l'armistizio. Diaz emanò il suo celebre Bollettino della Vittoria, scritto con prosa altisonante degna di un'epopea virgiliana. Il Bollettino di Diaz descrive con linguaggio altisonante una vittoria militare su vasta scala, contro un nemico più forte per mezzi e tradizione. In realtà, il testo nasconde numerose imprecisioni ed omette particolari rilevanti. Trentinograndeguerra
Poi iniziò la gara di chi si attribuiva il merito. Gli Alleati britannici e francesi sostennero di aver avuto un ruolo decisivo. La decisione di affidare il comando delle due nuove armate a due generali stranieri si dimostrò un errore che avrebbe favorito l'enfatizzazione propagandistica da parte anglo-francese di un presunto ruolo decisivo degli Alleati anche nella battaglia di Vittorio Veneto.
Anni dopo, Indro Montanelli — che di ironia se ne intendeva — la definì "una ritirata che abbiamo disordinato e confuso." Focus.it Severo, forse troppo. Ma non del tutto sbagliato.
Il generale Erich Ludendorff, nelle sue memorie, ammise che quella vittoria aveva avuto una notevole importanza storica: se Vienna non fosse crollata, sosteneva, la Germania avrebbe potuto continuare la guerra almeno fino alla primavera successiva. Focus.it
Insomma: anche il nemico la riconosceva. Non male per una battaglia che alcuni definirono un inseguimento di truppe in fuga.
ANEDDOTI E CURIOSITÀ — Il meglio della storia minore
🎯 Il nome della città cambia dopo la battaglia. Al tempo dell'offensiva il nome era solo "Vittorio", il suffisso "Veneto" fu aggiunto nel 1923 Esercito Italiano — cioè in piena epoca fascista, che amava le toponomastiche evocative.
🕊️ I colombi come WhatsApp del 1918. I soldati italiani usavano i colombi viaggiatori per comunicare informazioni oltre le linee nemiche. Al Museo della Battaglia di Vittorio Veneto è conservata una cassetta di vimini per il trasporto dei colombi, ritrovata nel 1918 a Fais Borgo Ulivi dalla famiglia Segat. Un dettaglio degno di un romanzo di spionaggio.
🎭 L'armistizio arriva... e nessuno lo sa. Dalle relazioni dell'Archivio di Stato di Torino emerge un dettaglio tragicomico: il 3 novembre 1918 alle ore 22:25, il comandante del XXII Corpo d'Armata annotava: "Finora manca a questo comando qualsiasi conferma circa la notizia di armistizio." Cultura I soldati continuavano a combattere mentre la pace era già firmata. La burocrazia militare ha i suoi tempi.
😄 La battuta dei soldati. La più bella la dissero i diretti interessati. I soldati italiani commentarono il loro successo con la solita autoironia nostrana: "Proprio quando avevamo imparato a farla, la guerra è finita!" Focus.it Una frase che vale più di qualunque bollettino ufficiale.
🔍 Le spie di Vittorio. Prima della battaglia, la città — allora sede del Comando della VI Armata austriaca — era un nido di spie italiane. Un certo Alessandro Tandura, giovane di umili origini di Serravalle di Vittorio Veneto, si infiltrò clandestinamente per raccogliere informazioni sui movimenti nemici. Roba da film, non da manuale scolastico.
🏆 La vittoria "mutilata" — quasi subito. L'ironia finale della storia è che questa vittoria, clamorosa e sofferta, non bastò. Al tavolo di pace di Versailles l'Italia ottenne meno di quanto sperava. I nazionalisti — tra cui un certo Benito Mussolini — cominciarono a parlare di "vittoria mutilata." Quella frase avvelenò la politica italiana per vent'anni. Ma questa è già un'altra storia.



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