La Battaglia di Mai Ceu
Quando l’Imperatore Fece “Ciaooo” alle Speranze di Vittoria (con un Tocco di Gas)
Nel marzo 1936, in un angolo remoto dell’Etiopia settentrionale, si consumò uno degli spettacoli più tragicomici della storia coloniale del Novecento. La Battaglia di Mai Ceu (o Maychew) non fu solo l’ultimo grande scontro convenzionale della Seconda Guerra Italo-Etiopica, ma un’epica dimostrazione di come il coraggio, il carisma e qualche migliaio di guerrieri con lance e vecchi fucili possano scontrarsi contro mitragliatrici, artiglieria, aerei e – perché no – un po’ di iprite per rendere tutto più “frizzante”.
L’Imperatore Haile Selassie in persona scese in campo come un antico re guerriero, mentre dall’altra parte il maresciallo Pietro Badoglio, con la pazienza di chi sa di avere la tecnologia dalla sua, aspettava comodamente dietro trincee ben preparate. Il risultato? Un massacro annunciato, raccontato qui con la giusta dose di ironia perché, come si sa, a volte la storia è troppo assurda per prenderla solo sul serio.
Antefatti: Mussolini, il Leone di Giuda e una Vendetta Rimandata dal 1896
Tutto nasce dalla voglia di Benito Mussolini di dare all’Italia un impero vero, vendicando il disastro di Adua del 1896, quando gli etiopi avevano umiliato un esercito italiano mal comandato. Nel 1935, con la scusa di un incidente di confine a Wal Wal, l’Italia invade l’Etiopia senza nemmeno dichiarare formalmente guerra all’inizio.
Haile Selassie, l’Imperatore modernizzatore, il “Leone di Giuda”, aveva cercato di portare l’Etiopia nel XX secolo: abolizione della schiavitù, ingresso nella Società delle Nazioni, un piccolo esercito addestrato. Ma l’Europa era distratta dalle sue crisi e la Lega delle Nazioni si limitò a sanzioni ridicole (niente petrolio, per carità, che gli aerei italiani dovevano volare).Mentre gli italiani avanzavano dal nord con strade, mezzi motorizzati e supremazia aerea, gli etiopi combattevano con eroismo ma con logistica da Medioevo: armati di fucili antiquati, lance, spade e un coraggio che rasentava il suicidio. Dopo una serie di sconfitte e vittorie parziali (come la resistenza di Ras Imru o le offensive di Natale), l’Imperatore decise di giocare il tutto per tutto: una controffensiva personale per fermare l’avanzata verso Addis Abeba.Badoglio, subentrato a De Bono, aveva consolidato le posizioni. Sapeva che attaccare frontalmente contro posizioni preparate era un’idea geniale… per chi aveva le mitragliatrici.
Immagini illustrative :

Lato Etiopico: Haile Selassie comandava personalmente circa 31.000 uomini, inclusa la sua Guardia Imperiale (l’élite meglio equipaggiata, con qualche mitragliatrice e artiglieria leggera). Altre forze sotto Ras Kassa, Ras Seyum e Ras Getachew. Armamento misto: fucili, qualche pezzo d’artiglieria datato, spade e tanto fegato. L’Imperatore aveva cercato di comprare lealtà dei locali (Oromo di Raya Azebo) con doni e dollari. Funzionò a metà.
Lato Italiano: Badoglio disponeva di circa 40.000 uomini (divisioni italiane + corpi eritrei askari), più 40.000 in riserva. Divisioni come la “Pusteria” (alpini), “Assietta”, “Sabauda”, mitragliatrici, artiglieria moderna, carri leggeri e soprattutto la Regia Aeronautica con bombardieri pronti a sganciare esplosivi e gas. Gli askari eritrei, combattenti esperti e motivati, erano fondamentali.In sintesi: gli etiopi avevano il numero e il terreno alto, ma gli italiani avevano tutto il resto: logistica, fuoco di supporto, aviazione e – dettaglio non trascurabile – il gas.
Tattica: “Carichiamo a Onde, Tanto Loro Hanno le Mitragliatrici”
Haile Selassie divise le forze in colonne. L’idea era un attacco coordinato all’alba del 31 marzo (giorno di San Giorgio, santo protettore molto di moda tra i cristiani etiopi). Assalti frontali delle Guardie Imperiali contro le linee italiane, sperando di sfondare con il numero e il corpo a corpo.Badoglio, avvisato anche da disertori, aveva preparato ottime posizioni difensive su alture. Piano semplice: lasciare avanzare, falciare con mitragliatrici e artiglieria, poi contrattaccare con riserve e bombardamenti aerei. Classico “lascia che vengano da noi”.
Immagini illustrative:
All’alba del 31 marzo 1936, alle 5:45, gli etiopi attaccano. Le Guardie Imperiali e le altre unità si lanciano in onde successive contro le linee italiane. Inizialmente sfondano qualche settore, soprattutto contro la divisione eritrea, arrivando al corpo a corpo. Gli askari subiscono perdite pesanti, ma tengono.
Poi entra in gioco la differenza tecnologica. L’artiglieria italiana martella, le mitragliatrici spazzano i pendii. La Regia Aeronautica arriva con bombardieri: esplosivi e, secondo varie testimonianze, anche gas (iprite o altri aggressivi chimici, arma su cui l’Italia non andava troppo per il sottile).
La battaglia dura 13 ore di combattimenti feroci. Gli etiopi attaccano senza sosta, ma ogni onda viene decimata. Haile Selassie osserva dal suo comando, mandando rinforzi e messaggi. Alla fine, esausti e con perdite enormi, gli etiopi si ritirano. Badoglio non insegue immediatamente, ma la spina dorsale dell’esercito etiopico del nord è spezzata.
Perdite: Numeri che Parlano da Soli (o Quasi)
Italiani: circa 400 tra morti e feriti tra truppe europee + 873 tra askari eritrei (totale intorno ai 1.200-1.300).Etiopi: stime variano da 1.000 a oltre 8.000 morti solo in battaglia, con totali (inclusi feriti e dispersi) fino a 11.000. Molti feriti morirono poi per mancanza di cure. L’esercito imperiale uscì distrutto come forza organizzata.
Anecdoti e Curiosità: Il Lato Assurdo della Storia
- Haile Selassie combatté in prima persona come uno degli ultimi sovrani a guidare le truppe dal campo. Immaginate Churchill o Roosevelt con elmetto in trincea.
- Gli italiani usarono gas nonostante le convenzioni internazionali. Un “dettaglio” che rendeva le cariche etiopi ancora più disperate: non bastavano le pallottole, arrivava anche la “pioggia che brucia”.
- Un disertore etiope avvisò Badoglio dell’attacco, rendendo la sorpresa impossibile. Tradimento o realismo?
- La battaglia avvenne di San Giorgio: gli etiopi cristiani videro un segno divino… che però non arrivò.
- Dopo Mai Ceu, Haile Selassie si ritirò verso Addis Abeba, poi in esilio in Inghilterra. Tornò trionfante solo nel 1941 con gli Alleati.
- Gli askari eritrei combatterono con ferocia contro i “fratelli” etiopi: divisioni coloniali al lavoro.
- Badoglio, dopo la vittoria, entrò ad Addis Abeba e divenne Viceré. La sua carriera continuò fino alla Seconda Guerra Mondiale.
Considerazioni Finali
Mai Ceu chiuse un’epoca. Dimostrò che il valore individuale e la volontà di un popolo non bastano contro una macchina bellica moderna, specialmente quando quest’ultima ignora regole e convenzioni. L’Etiopia resistette con guerriglia patriottica (gli Arbegnoch) fino al 1941, quando gli inglesi e gli esuli etiopi liberarono il paese.La vittoria italiana fu effimera: cinque anni dopo l’impero fascista in Africa Orientale crollò miseramente. Haile Selassie divenne simbolo di resistenza anticoloniale e di indipendenza africana. La battaglia resta un monito: la guerra non è mai solo eroismo, ma anche (e soprattutto) logistica, tecnologia e spietatezza.In fondo, Mai Ceu fu la dimostrazione ironica che a volte il “Leone di Giuda” ruggisce con grande dignità… ma contro mitragliatrici e aerei, il ruggito si trasforma in un addio doloroso. La storia, però, ha concesso all’Etiopia l’ultima parola: libera e fiera, nonostante tutto.
Fonti : The Second World War - Maychew / Second Italo-Ethiopian War
HistoryNet - What We Learned from the Italo-Ethiopian War

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