Il Barone che Non Voleva Stare Fermo

L’Incredibile Odissea di Franz von Werra, l’Unico Pilota che Fece Impazzire gli Alleati



Immaginate un tipo che nasce già con la voglia di scappare. Non dal destino, ma proprio da tutto: dalle convenzioni, dalle prigioni e, alla fine, pure dal buon senso. Franz Xaver Freiherr von Werra, barone svizzero di nascita ma tedesco d’adozione, è uno di quei personaggi che sembrano usciti da un film di spionaggio anni ’50 – e infatti ne hanno fatto proprio un film, The One That Got Away. Ma la vita vera è sempre più surreale del cinema, soprattutto quando c’è di mezzo un pilota della Luftwaffe con l’ego di un leone e la testardaggine di un mulo alpino.

Nato il 13 luglio 1914 a Leuk, nel cantone svizzero del Vallese, Franz arriva in questo mondo da una famiglia nobile ma squattrinata. I genitori, poveri in canna nonostante il titolo di barone, decidono di dare via lui e la sorella Emma a una famiglia aristocratica tedesca, i von Haber. I bambini crescono pensando di essere figli loro, in un ambiente di agi e disciplina prussiana. Chissà che trauma da abbandono abbia alimentato quella fame insaziabile di libertà e protagonismo. Franz non è il classico eroe tragico; è più il cugino scapestrato che alle riunioni di famiglia racconta barzellette inappropriate e poi sparisce con l’argenteria. O, in questo caso, con un aereo.

Da ragazzo è un dandy con la passione per il volo. Si arruola nella Luftwaffe nel 1936, a 22 anni, e fa carriera lampo. Diventa Leutnant in due anni, entra nello Jagdgeschwader 3 “Udet” e si fa notare per il suo stile spericolato. Il suo squadrone ha pure una mascotte esotica: un leoncino di nome Simba, che probabilmente passava le giornate a guardare questi piloti pazzi pensando “almeno io non devo decollare con un motore che fa i capricci”.

Von Werra vola in Francia, nella Battaglia d’Inghilterra, e accumula vittorie – o almeno le rivendica con entusiasmo teutonico. Dice di aver abbattuto nove Hurricane in un solo giorno, tra aria e terra. Chissà quante erano reali e quante frutto di quel tipico ottimismo da pilota che, dopo ore in cabina, vede nemici dappertutto. Comunque, gli valgono la Croce di Ferro di Prima Classe.

Il 5 settembre 1940 è il giorno che cambia tutto. Durante un combattimento con gli Spitfire sopra il Kent, il suo Bf 109E viene crivellato. Franz riesce a planare e a schiantarsi in un campo vicino a Maidstone. I contadini inglesi lo catturano, probabilmente mentre lui cercava ancora di convincerli che era un turista svizzero in gita. Viene portato prima a Hyde Park, poi al campo di Grizedale Hall, nel Lake District, un posto paludoso e tetro che dovrebbe essere a prova di fuga. Ma Franz non è tipo da lasciarsi intimidire da un po’ di fango e pecore.

Qui inizia la saga delle evasioni, raccontata con quel mix di audacia e faccia tosta che fa sorridere ancora oggi. La prima fuga avviene il 7 ottobre 1940, durante una passeggiata di gruppo. I prigionieri creano un diversivo con un carretto di frutta – roba da commedia dell’arte – e Franz salta un muretto a secco. I guardiani chiamano i contadini e la Home Guard. Per tre giorni vaga tra campi e colline, bagnato fradicio. Lo trovano in un piccolo rifugio di pietra per il fieno (un “hoggarth”), quasi immerso nel fango. Quando lo tirano fuori, lui spegne la lanterna con un colpo e scappa di nuovo nella notte. Roba da film noir. Lo riacciuffano il 12 ottobre, mezzo congelato. Ventuno giorni di isolamento, poi trasferimento al campo di transito di Swanwick, Derbyshire.

A Swanwick, Franz non perde tempo. Si unisce a un gruppo che si fa chiamare “Swanwick Tiefbau A.G.” – una finta impresa di scavi – e per un mese scavano un tunnel. Forgiano documenti falsi, soldi, uniformi modificate per sembrare piloti olandesi (all’epoca ancora “neutrali” agli occhi inglesi). Il 20 dicembre, sotto la copertura di un fuoco antiaereo e del coro del campo che canta a squarciagola, cinque uomini escono. Gli altri vengono ripresi subito; Franz no. Indossa la tuta di volo, si finge Capitano van Lott, pilota olandese abbattuto. Convince un macchinista di treno a portarlo verso una base RAF. A Codnor Park un impiegato sospetta, ma lui blatera con tanta sicurezza che lo aiutano. Arriva a RAF Hucknall, vicino Nottingham. Racconta di essere di base a Dyce, in Scozia. Mentre un ufficiale va a verificare, Franz corre all’hangar, sale su un aereo e cerca di capire come diavolo si accende. L’ufficiale arriva giusto in tempo con la pistola spianata. Fine della seconda evasione.

Gli inglesi, esasperati, decidono di mandarlo in Canada. “Lì non scapperà mai”, pensano. Ah ah. Nel gennaio 1941 Franz è su un treno che dal porto di Halifax lo porta verso un nuovo campo nell’Ontario. Il 21 gennaio salta dal finestrino in una montagna di neve, mentre il treno attraversa i Laurentians. Parla francese fluentemente, fa l’autostop con i locali, arriva fino al fiume San Lorenzo. Il fiume è parzialmente ghiacciato. Ruba una barca a fondo piatto (un punt), non trova i remi, quindi la trascina a mano sul ghiaccio fino all’acqua aperta, poi pagaia con le mani. Gelo, congelamenti a mani e orecchie, labbra gonfie. Attraversa e atterra vicino Ogdensburg, New York. Gli americani, neutrali, lo arrestano ma lo trattano quasi da celebrità. Franz diventa una piccola star locale: interviste, foto, gente che gli chiede autografi. Salta la cauzione e sparisce.

Da lì inizia il giro del mondo da evaso. Attraversa gli Stati Uniti, arriva in Messico, poi giù per l’America Latina: Perù, Bolivia. In Bolivia trova una compagnia aerea controllata dai tedeschi che lo porta a Rio de Janeiro. Da lì un aereo italiano attraverso l’Atlantico, e infine un volo Lufthansa fino a Berlino. Arriva in Germania il 18 aprile 1941. L’unico prigioniero dell’Asse (a parte un marinaio di U‑boot) a fuggire dal Canada e tornare a combattere. Hitler in persona gli dà la Croce di Cavaliere. Diventa eroe di propaganda, consulente per interrogatori di piloti nemici, e detta pure un libro sulle sue avventure (mai pubblicato, chissà perché). Sposa la fidanzata di lunga data con tanto di pompa nazista.

Ma il destino ha un senso dell’umorismo nero. Il 25 ottobre 1941, durante un volo di routine su un nuovo Bf 109 F‑4, il motore si blocca. Franz tenta un ammaraggio nel Mare del Nord vicino a Vlissingen (nelle Fiandre occupate). L’aereo affonda, il corpo non viene mai ritrovato. Aveva 27 anni. Fine di una vita breve, intensa e incredibilmente fastidiosa per gli Alleati.



Anecdoti e curiosità

Franz non era solo coraggioso; era un maestro della chutzpah. Quando si fingeva olandese, parlava con accento perfetto e raccontava storie così convincenti che perfino i poliziotti inglesi dubitavano. A Swanwick, il tunnel era un’opera d’arte: terra portata fuori nelle tasche, assi rubate per i supporti, compagni che lo coprivano cantando inni patriottici mentre lui strisciava nel fango.

In Canada, il salto dal treno fu così improvviso che i guardiani rimasero a bocca aperta. La traversata del San Lorenzo con le mani gelate è roba da leggenda: immaginate un barone tedesco, mezzo assiderato, che pagaia come un disperato mentre il ghiaccio gli morde la pelle. Una volta negli USA, la stampa lo dipinse quasi come un avventuriero romantico, non come un nemico. Saltare la cauzione fu l’ennesimo schiaffo alla burocrazia.

Curiosità: il suo aereo abbattuto in Inghilterra è esposto al RAF Museum. La sorella Emma diventò infermiera psichiatrica dopo la guerra e morì nel 1992. Alcuni dicono che molte delle sue “vittorie” fossero gonfiate, tipico dei piloti dell’epoca, ma la sua fama di evasore resta intatta. Aveva un carattere arrogante, secondo alcuni compagni di prigionia, ma anche carismatico: riusciva a convincere chiunque di essere chi diceva di essere. Un attore nato, con la vita come palcoscenico.

C’è chi specula che la morte fosse sospetta – motore che si ferma proprio su un nuovo aereo? – ma probabilmente fu solo sfortuna. O forse il karma degli aerei tedeschi, notoriamente capricciosi. Simba, il leoncino mascotte, probabilmente avrebbe approvato: una vita da predatore, breve ma piena di caccia.



Considerazioni finali

La storia di Franz von Werra è un inno all’audacia umana, condito con una buona dose di follia e fortuna sfacciata. In un’epoca di ideologie rigide e guerre totali, lui rappresentava il singolo che dice “no, io scappo”. Semi‑ironico, certo: un barone svizzero‑tedesco che combatte per il Reich, evade con astuzie da fumetto, attraversa mezzo mondo e muore per un guasto meccanico. Ridicolo ed epico allo stesso tempo.

Ci insegna che il coraggio non ha sempre una morale pulita. Von Werra era un nemico, un nazista (più opportunista che fanatico, a quanto pare), ma la sua determinazione a non arrendersi affascina lo stesso. In un mondo di regole, lui era l’eccezione che mandava in tilt il sistema. Gli Alleati impararono la lezione: dopo di lui, la sicurezza sui trasporti dei prigionieri cambiò. Gli americani strinsero i controlli sui tedeschi che arrivavano dal Canada.

Oggi, a distanza di ottant’anni, la sua odissea ci fa sorridere e riflettere. Quanti di noi, al suo posto, avrebbero avuto il fegato di saltare da un treno nella neve, rubare una barca e pagaiare con le mani gelate verso la libertà? Pochi. Franz lo fece con stile, con bugie eleganti e un sorriso da barone. Morì giovane, ma visse abbastanza da diventare leggenda. L’unico che davvero “got away”. E se c’è un paradiso per piloti pazzi, di sicuro lui è lì, che racconta la sua ennesima evasione a un pubblico di angeli increduli, con Simba accucciato ai piedi.

FONTI: Libro "The One That Got Away" di Kendall Burt e James Leasor (1956).

Sito Aces of WW2 e articolo su War History Online (warhistoryonline.com)

Commenti

Post più popolari