Attacco a Pearl Harbor 7 dicembre 1941

storia completa dell’incursione giapponese, antefatti, forze, svolgimento, perdite e aneddoti curiosi



Domenica 7 dicembre 1941. Mentre gran parte del mondo occidentale si preparava a un’ordinaria giornata di riposo (o a un’ordinaria giornata di guerra in Europa e in Asia), nelle acque cristalline di Oahu qualcosa di molto meno ordinario stava per accadere. I giapponesi, con quel tipico gusto per la sorpresa teatrale che avrebbero poi perfezionato in altri teatri, decisero di regalare agli americani un “buongiorno” piuttosto rumoroso. Un “giorno dell’infamia”, come lo definì Roosevelt, anche se, a onor del vero, qualcuno a Tokyo avrebbe preferito chiamarlo “giorno della brillante iniziativa strategica destinata a finire male”.

Antefatti: quando l’ambizione imperialista incontra l’embargo petrolifero

Per capire perché sei portaerei nipponiche si trovarono a navigare in silenzio radioverso le Hawaii, bisogna fare un piccolo salto indietro. Il Giappone degli anni Trenta non era esattamente un paese contento dei confini assegnatigli dalla geografia. Dopo aver invaso la Manciuria nel 1931 e aver scatenato la guerra totale con la Cina nel 1937, Tokyo aveva fame di risorse. Petrolio, gomma, stagno: tutto ciò che le isole del Pacifico e del Sud-Est asiatico potevano offrire. Peccato che gran parte di quelle risorse stesse sotto bandiere britanniche, olandesi o americane.

Gli Stati Uniti, che in quegli anni oscillavano tra isolazionismo e moralismo, cominciarono a stringere i cordoni della borsa. Nel 1940, dopo l’occupazione giapponese dell’Indocina francese, Washington impose un embargo parziale. Nel luglio 1941, quando Tokyo estese ulteriormente l’occupazione, l’embargo diventò totale: niente più petrolio americano. Per un paese le cui riserve bastavano a malapena per un anno e mezzo di guerra, era come togliere la benzina a un’auto da corsa in piena accelerazione.

L’ammiraglio Isoroku Yamamoto, comandante in capo della Flotta Combinata, era uno degli uomini più lucidi del panorama militare nipponico. Aveva studiato a Harvard, parlava inglese, conosceva gli Stati Uniti e sapeva perfettamente che una guerra prolungata contro quella potenza industriale era una pessima idea. “Se dobbiamo combattere,” avrebbe detto in sostanza, “dobbiamo colpire duro e subito, altrimenti ci ritroveremo sommersi da una valanga di acciaio americano.” Yamamoto non voleva la guerra, ma se doveva farla, voleva farla bene. L’idea di un attacco a sorpresa contro la Flotta del Pacifico a Pearl Harbor cominciò a prendere forma già nel 1940, ispirata in parte dal successo britannico a Taranto e da alcune esercitazioni americane degli anni Trenta che avevano dimostrato quanto fosse vulnerabile una base navale concentrata.

I negoziati diplomatici a Washington proseguirono fino all’ultimo minuto, con un ritmo che ricordava una partita di scacchi giocata da due giocatori che sapevano già come sarebbe finita. Il 26 novembre 1941 la Kido Butai (la Forza d’Attacco) salpò dalla baia di Hitokappu, nelle isole Curili, in assoluto silenzio radio. Sei portaerei, due corazzate, crociatori, cacciatorpediniere e navi cisterna. Una flotta fantasma che navigò attraverso il Pacifico settentrionale, evitando le rotte commerciali e le zone di pattugliamento americane. Il 2 dicembre ricevettero il messaggio in codice: “Niitaka yama nobore” – “Scalate il Monte Niitaka”. Significava: andate avanti, la guerra è decisa.

Curiosità: gli americani intercettarono e decrittarono parti del traffico diplomatico giapponese (il famoso “Magic”), ma le informazioni furono così frammentarie e ambigue che nessuno a Washington o a Honolulu riuscì a mettere insieme il puzzle. Si pensava a un attacco alle Filippine o al Sud-Est asiatico. Pearl Harbor? Troppo lontana, troppo protetta, troppo… impossibile. Un classico esempio di come i pregiudizi razziali (“quei giapponesi non ce la faranno mai”) possano rivelarsi più pericolosi di qualsiasi siluro.



Forze in campo: David contro Golia… o forse Golia contro un altro Golia

La Kido Butai era una forza impressionante per gli standard del 1941. Sei portaerei (Akagi, Kaga, Soryu, Hiryu, Shokaku e Zuikaku) con circa 350-360 aerei pronti all’attacco, più un certo numero in riserva. A protezione: due corazzate veloci (Hiei e Kirishima), crociatori pesanti e leggeri, nove cacciatorpediniere e una ventina di sommergibili, tra cui cinque “tascabili” destinati a infiltrarsi nel porto. Comandava il tutto il viceammiraglio Chuichi Nagumo, un ufficiale competente ma prudente, forse troppo prudente.

Dall’altra parte, a Pearl Harbor, la Flotta del Pacifico americana era un concentrato di potenza… e di vulnerabilità. Otto corazzate (Arizona, Oklahoma, West Virginia, California, Nevada, Pennsylvania, Tennessee e Maryland) allineate elegantemente lungo la “Battleship Row”. Crociatori, cacciatorpediniere, navi ausiliarie. Circa 390 aerei tra base e aeroporti. Ma le portaerei americane – le vere protagoniste della guerra che stava per iniziare – non c’erano. L’Enterprise e la Lexington erano fuori in missione, la Saratoga in manutenzione sulla costa occidentale. Un colpo di fortuna (o di sfortuna, a seconda del punto di vista) che avrebbe cambiato il corso della guerra.

Gli americani contavano su radar, pattuglie e un certo grado di allerta. Purtroppo il radar di Opana Point, che alle 7:02 del mattino rilevò lo stormo giapponese, fu liquidato come “probabili B-17 in arrivo dalla California”. Le navi erano a metà allerta, molte porte stagne aperte, munizioni antiaeree non immediatamente disponibili. Un po’ come lasciare la porta di casa aperta mentre si sta preparando il caffè della domenica.

Aneddoto: anni prima, nel 1932, l’ammiraglio americano Harry Yarnell aveva dimostrato in un’esercitazione che un attacco aereo da portaerei contro Pearl Harbor era non solo possibile, ma devastante. I risultati furono giudicati “non realistici” e archiviati. I giapponesi, invece, li studiarono con grande attenzione. A volte la storia ama le ironie di questo tipo.

Svolgimento dell’azione: due ondate e un’ora e mezza di caos



Alle 6:00 del 7 dicembre, a nord di Oahu, le portaerei giapponesi cominciarono a lanciare la prima ondata: 183 aerei tra aerosiluranti, bombardieri in picchiata e caccia Zero. Il comandante dell’attacco aereo, Mitsuo Fuchida, volava a bordo di un bombardiere Kate. Quando vide che la sorpresa era completa, trasmise il famoso segnale “Tora, Tora, Tora!” – “Tigre, Tigre, Tigre!” – che significava “sorpresa riuscita”.

Alle 7:55 i primi aerei apparvero sopra Ford Island e Hickam Field. Pochi minuti dopo i siluri cominciarono a colpire le corazzate. L’Oklahoma ricevette diversi siluri e si capovolse in poco più di venti minuti, trascinando con sé centinaia di uomini. La West Virginia fu squarciata. L’Arizona, colpita da una bomba che penetrò i depositi munizioni, esplose in un’unica, terrificante detonazione: 1.177 uomini morirono in pochi istanti. Il fumo nero si alzò come una colonna di giudizio.

La seconda ondata (167 aerei) arrivò verso le 8:40 e si concentrò soprattutto sugli aeroporti e sulle navi già danneggiate. Il fuoco antiaereo americano, inizialmente confuso, divenne via via più efficace. Alcuni caccia americani riuscirono a decollare e a impegnare gli Zero, ma erano troppo pochi. Piloti in pigiama, come Phil Rasmussen, si lanciarono in aria e combatterono contro forze superiori.

Alle 9:45 circa tutto era finito. Nagumo, preoccupato per l’assenza delle portaerei americane e per il rischio di un contrattacco, decise di non lanciare una terza ondata. I depositi di carburante e i cantieri navali rimasero intatti. Un errore strategico che molti storici considerano decisivo: le navi affondate potevano essere riparate o sostituite, ma il carburante e le infrastrutture erano il vero cuore della base.

Curiosità operative: i siluri giapponesi erano stati modificati con alette di legno per funzionare nelle acque basse di Pearl Harbor (circa 12-13 metri). Senza quella modifica, molti non avrebbero funzionato. Un dettaglio tecnico che trasformò un’idea audace in un successo tattico.




Perdite: il prezzo di un “giorno di infamia”

Il bilancio americano fu pesante: 2.403 morti (tra cui 68 civili) e 1.178 feriti. Otto corazzate colpite (due affondate definitivamente, altre recuperate e rimodernate). Tre cacciatorpediniere, tre crociatori e altre unità danneggiate. Circa 188 aerei distrutti e oltre 150 danneggiati. L’Arizona e l’Oklahoma non sarebbero mai tornate in servizio.

I giapponesi persero 29 aerei e 55 aviatori, più i cinque sommergibili tascabili (con nove morti e un prigioniero, Kazuo Sakamaki, il primo prigioniero di guerra giapponese catturato dagli americani). Un prezzo relativamente basso per un risultato tattico così clamoroso.

Aneddoto tragico: a bordo dell’Arizona c’erano 38 coppie di fratelli. Sessantatré di loro morirono. L’intera banda musicale della nave, 21 uomini, perì nell’esplosione. È l’unico caso nella storia americana in cui un’intera banda militare è stata annientata in un singolo attacco.

Un altro racconto: tre marinai rimasti imprigionati nello scafo capovolto dell’Oklahoma sopravvissero per giorni battendo sulle paratie. Quando furono recuperati, erano già morti. Una delle storie più strazianti di quel giorno.

Aneddoti e curiosità: il lato umano (e a volte surreale) della tragedia

Doris Miller, cuoco di terza classe afroamericano a bordo della West Virginia, senza alcuna preparazione all’uso delle armi, manovrò una mitragliatrice antiaerea e sparò fino all’esaurimento delle munizioni. Fu uno dei primi afroamericani a ricevere la Navy Cross. Un gesto che, in un’epoca di segregazione, ebbe un valore simbolico enorme.

Il cappellano della New Orleans, Howell Forgy, mentre gli uomini passavano a mano i proiettili da 80 chili, andava su e giù lungo la fila gridando: “Praise the Lord and pass the ammunition!” La frase sarebbe diventata un successone musicale.

Un radarista a Opana Point vide lo stormo alle 7:02. Il tenente di turno a cui riferì rispose, in sostanza: “Non preoccupatevi, sono i B-17.” I B-17 arrivarono davvero poco dopo… e furono accolti dal fuoco amico e da Zero giapponesi.

Esiste una leggenda su un’inserzione pubblicitaria apparsa sul New Yorker qualche settimana prima dell’attacco, che mostrava un gioco di dadi chiamato “The Deadly Double” con i numeri 12 e 7. Alcuni vi videro un avvertimento criptico. Le indagini non portarono a nulla di concreto, ma la storia continua a circolare.

Un altro dettaglio: i giapponesi avevano studiato così bene la base che sapevano quasi l’orario esatto in cui le navi facevano rifornimento e le routine domenicali. Avevano anche una rete di spie (tra cui un agente tedesco piuttosto inefficace) che inviava rapporti regolari.

E poi c’è la storia di quei piloti civili che si trovarono improvvisamente in mezzo a uno sciame di Zero mentre facevano lezione di volo. Alcuni riuscirono a atterrare, altri furono abbattuti. Uno di loro, Bob Tyce, fu ucciso a terra mentre guardava gli aerei.

Considerazioni finali: il risveglio del gigante

Tatticamente, Pearl Harbor fu un capolavoro. Strategicamente, un disastro. Yamamoto lo sapeva. “Temo di aver solo svegliato un gigante addormentato e di avergli instillato una terribile determinazione,” avrebbe detto (o qualcosa di molto simile). Gli Stati Uniti, fino a quel momento divisi tra isolazionisti e interventisti, si unirono in un fronte unico. La produzione industriale americana, una volta messa in moto, avrebbe schiacciato il Giappone sotto una valanga di navi, aerei e munizioni.

Le portaerei americane, scampate all’attacco, sarebbero diventate le protagoniste di Midway, Guadalcanal e di tutte le battaglie successive. Le corazzate affondate furono in gran parte recuperate e rimodernate: alcune combatterono fino alla fine della guerra. I depositi di carburante intatti permisero alla Flotta del Pacifico di riprendersi più rapidamente di quanto Tokyo avesse sperato.

L’attacco unì anche l’opinione pubblica americana in un modo che nessun discorso di Roosevelt avrebbe potuto fare da solo. L’internamento dei cittadini americani di origine giapponese fu una delle conseguenze più vergognose di quella unione emotiva, ma non cambia il fatto che, da quel momento, gli Stati Uniti entrarono nella Seconda guerra mondiale con una determinazione quasi totale.

Oggi, a Pearl Harbor, l’Arizona Memorial galleggia sopra i resti della corazzata. Ogni anno, il 7 dicembre, si commemorano i caduti. Alcuni sopravvissuti giapponesi e americani, negli anni successivi, si sono incontrati e hanno stretto amicizia. La storia, a volte, sa essere più generosa degli uomini che la fanno.

In definitiva, Pearl Harbor resta un monito. Un monito su quanto sia fragile la sicurezza basata su assunzioni, su quanto possano essere costosi i pregiudizi, e su quanto un singolo mattino di domenica possa cambiare il corso della storia mondiale. I giapponesi avevano puntato tutto su un colpo decisivo. Gli americani risposero con quattro anni di guerra totale. E, come spesso accade quando si sveglia un gigante, il risultato finale fu molto diverso da quello che qualcuno aveva immaginato nelle stanze di Tokyo.

Grazie per aver letto fino in fondo. La storia, anche quando è raccontata con un filo di ironia, merita sempre rispetto.

FAQ – Attacco a Pearl Harbor

1. Perché il Giappone attaccò Pearl Harbor? Il Giappone voleva neutralizzare la Flotta del Pacifico americana per poter conquistare senza interferenze le risorse petrolifere e di materie prime del Sud-Est asiatico (Indie Olandesi, Malesia, Indocina). L’embargo petrolifero imposto dagli Stati Uniti nel 1941 aveva messo Tokyo con le spalle al muro: senza petrolio, la macchina da guerra giapponese si sarebbe fermata in pochi mesi.

2. Quanti morti e quali perdite ci furono a Pearl Harbor? Gli americani persero 2.403 uomini (di cui 68 civili) e 1.178 feriti. Furono affondate o gravemente danneggiate 8 corazzate, diversi crociatori e cacciatorpediniere, e distrutti circa 188 aerei. I giapponesi ebbero perdite molto più contenute: 29 aerei e 64 uomini (tra aviatori e equipaggi dei sommergibili tascabili).

3. Perché le portaerei americane non furono colpite? Per pura fortuna (o sfortuna, a seconda del punto di vista). Le tre portaerei della Flotta del Pacifico (Enterprise, Lexington e Saratoga) non si trovavano a Pearl Harbor il 7 dicembre 1941: due erano in missione e una in manutenzione. Questo “errore” giapponese si rivelò decisivo, perché le portaerei sarebbero diventate le vere protagoniste della guerra nel Pacifico.

4. Cosa significa “Tora, Tora, Tora!”? Era il segnale in codice trasmesso dal comandante dell’attacco aereo, Mitsuo Fuchida, per comunicare che la sorpresa era riuscita completamente. “Tora” (tigre) era la parola d’ordine concordata: ripeterla tre volte significava che gli americani erano stati colti totalmente impreparati.

FONTI:

  1. U.S. Naval History and Heritage Command (history.navy.mil) – in particolare i documenti e le analisi ufficiali della Marina americana sull’attacco, con rapporti dettagliati sulle perdite, la sequenza degli eventi e le valutazioni operative.
  1. Encyclopædia Britannica – “Pearl Harbor attack” Voce aggiornata e affidabile che ricostruisce con precisione antefatti, forze in campo, svolgimento dell’attacco e conseguenze strategiche.

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