Battaglia del Mare di Giava (27 febbraio 1942): l’ultimo, disperato tentativo alleato di fermare i giapponesi

Una flotta multinationale stanca, senza copertura aerea, contro i Long Lance e un ammiraglio olandese che non voleva mollare. Finì come prevedibile… ma non senza un certo stile.

Il 27 febbraio 1942, nel Mare di Giava, si combatté quella che all’epoca fu la più grande battaglia di superficie dai tempi dello Jutland. Non fu un’epica vittoria, né un trionfo di tattica. Fu piuttosto l’ultimo, ostinato tentativo di una coalizione già in pezzi di impedire ai giapponesi di sbarcare a Giava. Il risultato fu una disfatta quasi totale per gli Alleati, ma anche una dimostrazione di coraggio che ancora oggi merita di essere raccontata senza troppi orpelli eroici e con un po’ di quella ironia amara che solo le sconfitte sanno regalare.

La nube di bombe circonda l'incrociatore della Marina Reale Olandese Java durante un attacco aereo giapponese

Il contesto: ABDA, o come mettere insieme quattro marine diverse e sperare che funzioni

All’inizio del 1942 il comando americano-britannico-olandese-australiano (ABDA) cercava disperatamente di difendere le Indie Orientali Olandesi. Giava era il pezzo finale del puzzle: se cadeva, l’intero arco difensivo dalle Filippine all’Australia andava in frantumi. Le forze navali alleate erano un collage di navi di nazionalità diverse, con comunicazioni difficili, dottrine diverse e, soprattutto, nessuna vera superiorità aerea.

Al comando della Combined Striking Force c’era il contrammiraglio olandese Karel Doorman, a bordo dell’incrociatore leggero De Ruyter. Con sé aveva:

  • Gli incrociatori pesanti USS Houston (con la torretta poppiera già fuori uso per un precedente attacco aereo) e HMS Exeter
  • Gli incrociatori leggeri HNLMS Java e HMAS Perth
  • Una manciata di cacciatorpediniere britannici, olandesi e americani


  • HNLMS De Ruyter

Era tutto ciò che restava di utilizzabile. Le navi erano stanche, gli equipaggi ancora di più. Doorman aveva già tentato più volte di intercettare i convogli giapponesi senza successo, sotto continui attacchi aerei. Il 27 febbraio, mentre stava rientrando a Surabaya per far riposare gli uomini, arrivò la segnalazione: un grande convoglio di invasione era in avvicinamento.

Doorman non esitò. Fece virare tutta la formazione e mandò il messaggio ormai celebre: «Sto procedendo a intercettare unità nemiche. Seguitemi. Dettagli più tardi». In inglese chiaro, via semaforo. Non c’era tempo per raffinatezze.

Le forze giapponesi: meno navi di quanto si pensi, ma molto meglio armate

Il convoglio di invasione era scortato da una forza di copertura comandata dal contrammiraglio Takeo Takagi. In prima linea c’erano i due incrociatori pesanti Nachi e Haguro (dieci cannoni da 203 mm ciascuno), più incrociatori leggeri e due squadriglie di cacciatorpediniere. Non erano numericamente schiaccianti come a volte si racconta, ma avevano due vantaggi decisivi:

  1. I siluri Type 93 “Long Lance”: a ossigeno, lunghissima gittata, traccia quasi invisibile e testata potente.
  2. Equipaggi e ufficiali già navigati nelle operazioni precedenti, con una chiara superiorità nel combattimento notturno e nell’uso dei siluri.

Gli Alleati, al contrario, avevano siluri americani che spesso non esplodevano e una scarsa abitudine a combattere di notte a livello di squadra multinationale.

Il pomeriggio: duello di artiglieria a lunghissima distanza

Il contatto avvenne nel pomeriggio. Le due formazioni si scambiarono fuoco a distanze enormi, oltre i 20-25 km. Fu un lungo, frustrante duello di artiglieria in cui entrambe le parti sprecarono centinaia di colpi con risultati limitati. La Houston svuotò i magazzini anteriori e i marinai dovettero trasportare a mano i pesantissimi proiettili da 203 mm dalla poppa mentre combattevano.

Il punto di svolta arrivò quando un colpo da 203 mm della Nachi (o della Haguro) colpì l’Exeter nella sala caldaie. L’incrociatore britannico ridusse drasticamente la velocità e uscì di formazione. Il resto della linea alleata, confusa, cercò di seguirlo o di proteggerlo. Doorman, che era avanti con il De Ruyter, si ritrovò momentaneamente solo e dovette virare per ricomporre la formazione.

Poco dopo arrivarono i primi Long Lance. Il cacciatorpediniere olandese Kortenaer fu centrato in pieno, si spezzò in due e affondò in pochi minuti. Il britannico Electra, nel tentativo di proteggere l’Exeter, finì sotto il fuoco dei cacciatorpediniere giapponesi e fu affondato. Gli americani lanciarono i loro siluri: come spesso accadeva in quel periodo della guerra, non colpirono quasi nulla di utile.

Al calar della sera la forza alleata era già ridotta e disorganizzata. I cacciatorpediniere americani, a corto di carburante e siluri, ricevettero l’ordine di rientrare. L’Exeter, danneggiata, si diresse verso Surabaya scortata dal Witte de With.

La notte: mine amiche, siluri nemici e la fine di Doorman

Doorman non mollò. Continuò a cercare il convoglio con i quattro incrociatori rimasti (De Ruyter, Java, Houston e Perth). Nel buio la Jupiter urtò una mina olandese (sì, amica) e affondò alcune ore dopo. Poi la formazione passò vicino ai superstiti del Kortenaer; Doorman distaccò l’Encounter per recuperarli.

Poco prima di mezzanotte i giapponesi, che avevano seguito i movimenti alleati grazie ai loro idrovolanti e al radar rudimentale, lanciarono una salva di Long Lance a lunga distanza. Uno colpì la Java, che esplose e affondò quasi immediatamente con la maggior parte dell’equipaggio. Pochi minuti dopo un altro siluro centrò il De Ruyter. L’ammiraglia cominciò ad imbarcare acqua. Doorman, ferito o comunque deciso, scelse di affondare con la sua nave. Il suo ultimo ordine alle navi superstiti fu di non fermarsi a raccogliere i naufraghi e di ritirarsi.

Karel Willem Frederik Marie Doorman


La Houston e la Perth obbedirono e si allontanarono nella notte. Sarebbero state affondate il giorno dopo nello Stretto della Sonda, ma questa è un’altra storia.

Aneddoti e curiosità

  • Doorman sapeva perfettamente che le probabilità erano basse. I suoi equipaggi erano esausti, le navi mal messe, la copertura aerea inesistente. Eppure attaccò comunque. Il suo messaggio «Seguitemi» è rimasto nella memoria navale alleata come esempio di ostinazione quasi testarda.
  • I siluri Long Lance furono la vera arma decisiva. Gli Alleati, abituati a siluri di gittata molto inferiore, non si aspettavano di essere colpiti da distanze così elevate e senza vedere le scie.
  • La Houston combatté quasi tutta la battaglia con una sola torretta da 203 mm funzionante. I marinai che trasportavano i proiettili a mano sotto il fuoco nemico meriterebbero un monumento a parte.
  • L’Exeter, dopo essere stata danneggiata, tentò comunque di rientrare. Sarebbe stata affondata qualche giorno dopo insieme al Encounter e al Pope mentre cercava di raggiungere lo Stretto della Sonda.
  • I giapponesi, dal canto loro, spararono un numero enorme di siluri (oltre 150 secondo alcune stime) per affondare “solo” tre navi principali. L’efficienza dei Long Lance era alta, ma non miracolosa.
  • Molti superstiti olandesi e britannici furono raccolti dai giapponesi o riuscirono a raggiungere la costa. Altri semplicemente scomparvero nel Mare di Giava.
  • La battaglia dimostrò in modo crudele i limiti di una coalizione improvvisata: lingue diverse, procedure diverse, navi di età e caratteristiche diverse. Coordinarsi sotto il fuoco era un incubo.

Considerazioni finali

La Battaglia del Mare di Giava non cambiò l’esito della campagna delle Indie Orientali: Giava sarebbe caduta comunque entro pochi giorni. Quello che fece fu eliminare l’ultima forza di superficie alleata capace di opporsi in modo organizzato all’invasione.

Doorman e i suoi uomini non erano degli incompetenti. Erano semplicemente troppi pochi, troppo stanchi e troppo svantaggiati tecnologicamente e numericamente. Attaccare comunque, sapendo di avere poche chance, è una scelta che si può criticare sul piano strategico, ma che sul piano umano è difficile non rispettare.

Per i giapponesi fu una vittoria netta e relativamente a basso costo, che aprì la strada allo sbarco a Giava e consolidò il controllo sul Sud-Est asiatico. Per gli Alleati fu l’ennesima conferma che, nel 1942, nel Pacifico sud-occidentale, stavano ancora imparando a combattere una guerra per la quale non erano preparati.

Il Mare di Giava, quel giorno, diventò il cimitero di una flotta e di un’illusione: quella di poter fermare l’avanzata giapponese con ciò che restava delle forze coloniali e di un pugno di navi arrivate da lontano. Il coraggio non mancò. Mancarono quasi tutte le altre cose.


FAQ – Battaglia del Mare di Giava

1. Quando si svolse la Battaglia del Mare di Giava? Il 27 febbraio 1942 (con azioni collegate nei giorni immediatamente successivi).

2. Chi comandava le forze alleate? Il contrammiraglio olandese Karel Doorman, a bordo dell’incrociatore De Ruyter.

3. Quali furono le perdite principali alleate? Affondati: De Ruyter, Java, Kortenaer, Electra, Jupiter. Danneggiata gravemente: Exeter. La Houston e la Perth sopravvissero alla battaglia ma furono affondate il giorno dopo.

4. I giapponesi persero navi? Nessuna nave importante. Solo danni minori a qualche cacciatorpediniere.

5. Perché gli Alleati persero nonostante un duello di artiglieria lungo? Superiorità giapponese nei siluri a lunga gittata (Long Lance), migliore coordinamento, e il progressivo disgregarsi della formazione alleata dopo il colpo all’Exeter.

6. Doorman sopravvisse? No. Scelse di affondare con la sua ammiraglia.

FONTI:

  • U.S. Navy Combat Narrative – The Java Sea Campaign (1943) Disponibile su Hyperwar / Naval History and Heritage Command: https://ibiblio.org/hyperwar/USN/USN-CN-Java/ È il resoconto ufficiale americano quasi contemporaneo, molto dettagliato e basato sui rapporti dell’epoca.
  • Naval History Magazine (U.S. Naval Institute) – articolo “Java Sea” di Jack Sweetman (giugno 1995) https://www.usni.org/magazines/naval-history-magazine/1995/june/java-sea Sintesi chiara e autorevole, con riferimenti a Morison e ad altre opere standard.
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