Operazione Chariot (28 marzo 1942): il raid di St. Nazaire, o come far esplodere un cacciatorpediniere contro un bacino di carenaggio

Un vecchio cacciatorpediniere americano pieno di esplosivo, un gruppo di commandos e l’idea geniale di trasformare una nave in un siluro gigante. Funzionò. Costò caro.

veduta aerea del porto


Nella primavera del 1942 la Royal Navy aveva un problema piuttosto concreto: la Tirpitz. La sorella della Bismarck stava al sicuro nei fiordi norvegesi e rappresentava una minaccia permanente per i convogli artici. L’unica struttura sulla costa atlantica europea capace di ospitarla per riparazioni era il grande bacino di carenaggio di St. Nazaire, in Francia occupata (il famoso Normandie Dock o Forme Ecluse). Se quel bacino fosse stato messo fuori uso, la Tirpitz sarebbe rimasta bloccata a nord per molto tempo.

L’idea che emerse fu tanto semplice quanto folle: prendere un cacciatorpediniere obsoleto, riempirlo di esplosivo a ritardo, mascherarlo da nave tedesca, farlo entrare di nascosto nell’estuario della Loira e scagliarlo contro le porte del bacino. Nel frattempo i commandos sarebbero sbarcati per distruggere pompe, argani e altre infrastrutture. Si chiamò Operazione Chariot.

Preparativi: camuffare una nave e sperare che nessuno se ne accorga

Il cacciatorpediniere scelto era l’HMS Campbeltown, ex USS Buchanan della Prima Guerra Mondiale, passato agli inglesi con il Lend-Lease. Lo alleggerirono, gli tolsero due fumaioli, inclinarono i rimanenti per farlo assomigliare a un torpediniera tedesca della classe Möwe, e gli sistemarono nella prua circa quattro tonnellate e mezzo di cariche di profondità cementate insieme, con spoletta a ritardo di 8-10 ore.

Al comando navale c’era il Commander Robert Ryder. A terra i commandos erano guidati dal Lieutenant Colonel Augustus Charles Newman del No. 2 Commando, con squadre demolitrici prelevate da vari reparti. In tutto circa 611 uomini: metà marina, metà commandos. Sapevano perfettamente che le probabilità di tornare indietro interi erano basse.

Il 26 marzo 1942 la forza partì da Falmouth: Campbeltown, due cacciatorpediniere di scorta (Tynedale e Atherstone), una motocannoniera, una motosilurante e una dozzina di motolance di legno. La traversata di oltre 400 miglia fu relativamente tranquilla, a parte un incontro con un U-Boot che venne tenuto a bada.

L’attacco: bandiere tedesche, proiettori e una rincorsa finale

Nella notte tra il 27 e il 28 marzo la formazione entrò nell’estuario della Loira. Per confondere ulteriormente le acque le navi issarono bandiere tedesche e risposero alle chiamate radio in codice tedesco. Funzionò abbastanza a lungo da permettere loro di avvicinarsi.

Poi i proiettori si accesero e i tedeschi cominciarono a sparare. Le bandiere naziste furono ammainate e sostituite con quelle britanniche. La Campbeltown, sotto il comando del Lieutenant Commander Stephen Beattie, accelerò a quasi 20 nodi, sfondò la rete anti-siluro e alle 01:34 si conficcò in pieno contro la porta del bacino. La prua si sollevò e restò incastrata esattamente dove doveva stare. I commandos a bordo saltarono a terra e cominciarono a sparare e a piazzare cariche.

Le motolance, nel frattempo, cercavano di sbarcare gli altri reparti sotto un fuoco micidiale. Molte furono colpite e affondarono in fiamme. Chi riuscì a mettere piede a terra combatté casa per casa e molo per molo. Le squadre demolitrici riuscirono a danneggiare pompe e impianti, ma la situazione diventò rapidamente disperata: i rinforzi tedeschi arrivavano da ogni parte e le vie di fuga via mare erano quasi tutte chiuse.

Ryder diede l’ordine di ritirata verso le 02:50. Chi poteva si reimbarcò sulle poche motolance rimaste. Chi non poteva restò a combattere o cercò di fuggire verso la campagna. Molti furono catturati.

L’esplosione e il bilancio

La Campbeltown restò conficcata nella porta del bacino. I tedeschi la ispezionarono, alcuni ufficiali e soldati salirono a bordo per curiosare. Alle 10:35 circa (con qualche ora di ritardo rispetto al previsto) le cariche esplosero. L’esplosione fu devastante: la porta del bacino saltò, l’acqua invase il bacino e centinaia di tedeschi nelle vicinanze morirono sul colpo. Il Normandie Dock restò fuori uso per il resto della guerra.

Il prezzo per gli inglesi fu altissimo: su 611 uomini, 169 morirono e circa 215-230 furono catturati. Solo poco più di 200 tornarono in Inghilterra. Cinque Victoria Cross furono assegnate (tra cui a Beattie, Ryder, Newman e due postume).

il Campbeltown affondato


Aneddoti e curiosità

  • La Campbeltown era stata camuffata così bene che, fino all’ultimo momento, alcuni tedeschi continuarono a pensare di avere a che fare con una loro nave.
  • I commandos avevano studiato i progetti del bacino e si erano allenati su una struttura simile a Southampton. Quando arrivarono, sapevano esattamente dove mettere le cariche.
  • L’esplosione della Campbeltown uccise non solo i tedeschi a bordo, ma creò anche un panico tale che, secondo alcune testimonianze, i soldati tedeschi spararono contro civili francesi temendo un secondo attacco.
  • Uno dei Victoria Cross fu assegnato postumo al sergente Thomas Durrant, che continuò a sparare con una mitragliatrice Lewis da una motolance in fiamme finché non fu ucciso, nonostante fosse gravemente ferito.
  • I tedeschi, dopo l’esplosione, impiegarono anni a riparare il bacino. La Tirpitz non poté mai usarlo e restò bloccata in Norvegia fino a quando non fu affondata dai bombardieri britannici nel 1944.
  • L’operazione è ancora oggi considerata una delle più audaci (e costose in termini percentuali) azioni di comando della Seconda Guerra Mondiale. Churchill la definì un successo, anche se il prezzo umano fu spaventoso.

Considerazioni finali

Operazione Chariot fu un esempio quasi perfetto di audacia combinata con pianificazione meticolosa e un pizzico di fortuna. L’obiettivo strategico fu raggiunto in pieno: il più grande bacino di carenaggio della costa atlantica europea restò fuori gioco. La Tirpitz non ebbe mai un porto sicuro dove ripararsi a ovest.

Ma fu anche un’azione che mostrò quanto costasse, in vite umane, questo tipo di raid. Dei 611 partiti, meno di un terzo tornò a casa indenne. Gli altri morirono o finirono prigionieri. I commandos e i marinai che combatterono a St. Nazaire lo sapevano già partendo: le probabilità di successo e di sopravvivenza non andavano di pari passo.

Resta una di quelle storie in cui l’audacia confina con la disperazione, e in cui un vecchio cacciatorpediniere americano trasformato in bomba a orologeria riuscì a fare più danni di un’intera flotta. Un successo strategico pagato a caro prezzo, come spesso accade quando si decide di entrare di forza nel porto del nemico a bordo di una nave piena di esplosivo.


FAQ – Operazione Chariot (Raid di St. Nazaire)

1. Quando avvenne il raid? Nella notte tra il 27 e il 28 marzo 1942 (l’esplosione della Campbeltown avvenne la mattina del 28).

2. Qual era l’obiettivo principale? Distruggere il Normandie Dock di St. Nazaire, l’unico bacino di carenaggio sulla costa atlantica capace di ospitare la Tirpitz.

3. Cosa era la HMS Campbeltown? Un vecchio cacciatorpediniere americano (ex USS Buchanan) camuffato da nave tedesca e riempito di oltre 4 tonnellate di esplosivo a ritardo.

4. Quante furono le perdite britanniche? 169 morti e circa 215-230 prigionieri su 611 uomini partiti.

5. L’operazione riuscì? Sì, dal punto di vista strategico: il bacino restò fuori uso per tutto il resto della guerra.

6. Quante Victoria Cross furono assegnate? Cinque.

FONTI:

  • National WWII Museum (New Orleans) – “A Bold Strategy: The British Raid on St. Nazaire” https://www.nationalww2museum.org/war/articles/bold-strategy-british-raid-st-nazaire (e la seconda parte collegata). Resoconto chiaro, dettagliato e ben documentato.
  • U.S. Naval Institute – Naval History Magazine: “Sacrifice at Saint-Nazaire” https://www.usni.org/magazines/naval-history-magazine/2017/april/sacrifice-saint-nazaire Articolo serio e ben scritto, con buona analisi del contesto e delle conseguenze.
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