Erich von Manstein: il genio operativo che vinse battaglie e perse la guerra (e la memoria pulita)
Dal piano delle Ardenne a Sebastopoli, da Stalingrado a Char’kov. Il feldmaresciallo più stimato dai colleghi, più discusso dagli storici e più abile a raccontarsi nei libri.
Fritz Erich Georg Eduard von Lewinski nacque a Berlino il 24 novembre 1887. Decimo figlio di un generale di artiglieria prussiano, fu adottato ancora bambino dallo zio Georg von Manstein, che non aveva eredi. Così il cognome cambiò e il ragazzo entrò di diritto in una delle famiglie militari più tradizionali della Prussia. Educazione rigida, corpo ufficiale, Stato Maggiore: il percorso classico di chi doveva comandare, non discutere.
Dalla Prima guerra mondiale al piano che spaccò la Francia
Servì sul fronte occidentale e orientale tra il 1914 e il 1918, uscì dalla guerra con esperienza di Stato Maggiore e la convinzione che la mobilità battesse la staticità. Negli anni Venti e Trenta salì i gradi senza troppi scossoni. Nel 1939 era capo di Stato Maggiore del Gruppo d’Armate Sud di Rundstedt in Polonia. Lavorò bene, ma la vera occasione arrivò dopo.
L’Alto Comando tedesco prevedeva per la Francia un piano piuttosto prevedibile, una sorta di Schlieffen aggiornato. Manstein propose qualcosa di diverso e molto più audace: concentrare le forze corazzate attraverso le Ardenne, un settore considerato impraticabile, e tagliare in due lo schieramento alleato. L’idea fu osteggiata da molti generali “prudenti”. Manstein insistette, trovò orecchie aperte presso Hitler e il piano (poi chiamato Sichelschnitt, il colpo di falce) divenne la base della campagna del 1940. Funzionò in modo quasi imbarazzante per gli Alleati. In sei settimane la Francia era fuori gioco. Manstein aveva dimostrato di saper pensare in grande e in diagonale.
Il fronte orientale: Leningrado, Crimea, Sebastopoli
Nel 1941 comandò il LVI Corpo corazzato durante l’operazione Barbarossa. Spinse in profondità verso Leningrado e arrivò vicino all’obiettivo prima di essere dirottato. Poi gli fu affidata l’11ª Armata in Crimea. Qui mostrò il meglio della sua capacità operativa: manovre, assedi metodici e un’ostinazione che portò alla caduta di Sebastopoli nel luglio 1942, dopo mesi di combattimenti durissimi. Per quella vittoria divenne feldmaresciallo.
La Crimea gli diede gloria militare e, allo stesso tempo, ombre pesanti. Nella sua area di responsabilità si consumarono massacri di civili e prigionieri. Manstein sostenne sempre di essersi occupato solo del fronte e di non aver avuto responsabilità diretta sui crimini delle retrovie. Gli storici moderni sono molto meno generosi su questo punto.
Stalingrado e il “colpo di rovescio”
Nel dicembre 1942 ricevette il compito quasi impossibile di sbloccare la 6ª Armata accerchiata a Stalingrad. Lanciò l’operazione Winter Storm. Arrivò vicino, ma non bastò. Paulus non ricevette (o non eseguì) l’ordine di rompere l’accerchiamento verso sud, e la 6ª Armata fu perduta. Manstein riuscì almeno a evitare il collasso totale del fronte meridionale.
Pochi mesi dopo, nel febbraio-marzo 1943, firmò quella che molti considerano la sua manovra più brillante: la riconquista di Char’kov e Belgorod con una controffensiva audace (il famoso “colpo di rovescio” o backhand blow). Mentre altri generali tedeschi pensavano solo a difendere, lui attaccò quando l’avversario era sbilanciato e ottenne una vittoria tattica di grande eleganza. Fu l’ultimo grande successo tedesco sul fronte orientale prima della marea irreversibile.
Il declino e il licenziamento
Dopo Kursk (dove ebbe un ruolo importante ma non decisivo) Manstein si trovò a gestire ritirate continue. Propose più volte a Hitler strategie elastiche, difese mobili, abbandono di territorio in cambio di coerenza operativa. Hitler voleva tenere tutto. I rapporti si inasprirono. Nel marzo 1944 Manstein fu sollevato dal comando. Ufficialmente per motivi di salute; in realtà perché non era più allineato con la visione del Führer.
Passò il resto della guerra in una sorta di semi-ritiro. Nel maggio 1945 fu catturato dagli Alleati.
Dopo la guerra: processo, memorie e leggenda
Processato a Amburgo nel 1949, fu condannato a 18 anni per crimini di guerra (trattamento di prigionieri e civili). La pena fu poi ridotta e uscì nel 1953. Negli anni Cinquanta collaborò come consulente alla nascita della Bundeswehr. Nel 1955 pubblicò Verlorene Siege (Vittorie perdute), un memoir che ebbe enorme successo. Vi si presenta come il professionista puro, il soldato che avrebbe potuto vincere se solo Hitler non avesse interferito. Il libro contribuì potentemente al mito della “Wehrmacht pulita” e alla sua fama di genio incompreso.
Morì nel 1973 vicino a Monaco, a 85 anni.
Aneddoti e curiosità
- Era un appassionato di bridge. Si racconta che, nello scegliere gli ufficiali di Stato Maggiore, una delle prime domande fosse: “Sa giocare a bridge?”.
- Durante le fasi più drammatiche vicino a Stalingrado, il suo aiutante suonava il violino per tentare di alleggerire l’atmosfera nel quartier generale.
- Molti generali tedeschi, anche più anziani di grado, dichiararono dopo la guerra che avrebbero accettato di servire sotto di lui in caso di crisi.
- Nelle memorie si presenta quasi come un tecnico asessuato dalla politica. Gli studi successivi hanno mostrato un coinvolgimento ben più complesso con le realtà dell’occupazione.
- Aveva un’alta considerazione di sé e non la nascondeva. I colleghi lo rispettavano, ma non tutti lo amavano.
- Il piano delle Ardenne gli fu in parte “soffiato” o comunque mediato da altri prima di arrivare a Hitler; lui ne rivendicò sempre la paternità piena.
Considerazioni finali
Erich von Manstein fu quasi certamente il più abile comandante operativo tedesco della Seconda guerra mondiale. Capiva la manovra, sapeva concentrare forze, colpire al momento giusto e ritirarsi senza far crollare il fronte. Le campagne di Francia, Crimea e la controffensiva di Char’kov restano esempi da manuale.
Fu anche un prodotto del suo ambiente: ufficiale prussiano, fedeltà all’istituzione militare, scarsa propensione a mettere in discussione il potere politico finché questo gli permetteva di fare la guerra come voleva. Quando Hitler diventò un ostacolo operativo, entrò in conflitto; prima di allora eseguì e comandò all’interno di un sistema che compiva atrocità su scala industriale.
Le sue memorie hanno plasmato per decenni l’immagine del “generale geniale tradito dal dittatore”. La storiografia successiva ha ridimensionato quella narrativa, senza però cancellare le sue indubbie qualità militari.
Resta una figura scomoda e affascinante: brillante sul campo di battaglia, opaco sul piano morale, magistrale nel raccontarsi. Un uomo che vinse molte battaglie e contribuì a costruire il mito di quelle che avrebbe potuto vincere. Ed in ogni modo egli a mio modesto parere, rimane il piu' grande stratega di tutta la guerra.
FAQ – Erich von Manstein
1. Quando visse?
24 novembre 1887 – 10 giugno 1973.
2. Qual è la sua impresa più famosa?
Il piano delle Ardenne del 1940 e la riconquista di Char’kov nel 1943.
3. Fu coinvolto in crimini di guerra?
Fu condannato nel 1949 per responsabilità legate al trattamento di prigionieri e civili nella sua area di comando. La storiografia moderna lo ritiene ben più coinvolto di quanto ammettesse.
4. Perché fu licenziato?
Per contrasti con Hitler sulla condotta della guerra sul fronte orientale (difesa elastica vs. ordine di tenere ogni metro).
5. Cosa scrisse dopo la guerra?
Verlorene Siege (Vittorie perdute), memoir molto influente e molto discusso.
6. Come viene valutato oggi?
Come uno dei migliori tattici e operativi della guerra, ma non più come il “generale pulito” che le sue memorie volevano accreditare.
FONTI:
Biografia completa e critica, scritta da un ufficiale superiore britannico. Considerata una delle più equilibrate e documentate disponibili in inglese.
Le memorie dello stesso Manstein. Fondamentali per capire la sua versione dei fatti, anche se fortemente auto-assolutorie e da leggere con grande cautela critica.



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