Autie Custer
Il ragazzo vanitoso che cavalcò la fortuna fino all’ultima, tragicomica carica
George Armstrong Custer's Michigan ties
Immaginate un birbante dell’Ohio, ultimo della classe a West Point per via di infrazioni e scherzi più che per mancanza di talento, che a soli 23 anni diventa il generale più giovane dell’Unione. Capelli ricci e lunghi curati come quelli di una primadonna, uniforme su misura, cravattone rosso sgargiante e un sorriso da “sono destinato alla gloria”. Questo è George Armstrong Custer, soprannominato “Autie” in famiglia perché da piccolo non riusciva a pronunciare correttamente il suo secondo nome. La sua vita è un perfetto romanzo picaresco ottocentesco: audacia folle, vanità contagiosa, fortuna sfacciata e, alla fine, un clamoroso errore di calcolo che trasformò l’eroe in leggenda tragica.
Nato il 5 dicembre 1839 a New Rumley, Ohio, da un fabbro semianalfabeta e una madre devota, Custer trascorse gran parte dell’infanzia a Monroe, Michigan. Già da bambino era un combinaguai: instigatore di scherzi in chiesa e a scuola. Entrò all’Accademia Militare di West Point nel 1857 e si diplomò ultimo su 34 cadetti nel giugno 1861, con un record impressionante di demeriti. Le collezioni storiche della Library of Congress confermano che il “goat” (fanalino di coda) della classe rischiava l’espulsione più volte, ma la Guerra Civile appena scoppiata gli salvò la carriera: l’esercito aveva urgente bisogno di ufficiali, non di secchioni.
Appena uscito dall’accademia, Custer partecipò alla Prima Battaglia di Bull Run (luglio 1861). Si fece notare per coraggio e iniziative rischiose, diventando aiutante di campo del generale McClellan. La vera ascesa arrivò nel 1863: promosso brigadier generale dei volontari, comandò la Michigan Cavalry Brigade. I giornali lo ribattezzarono “Boy General”. Indossava uniformi teatrali, capelli al vento e cappello a tesa larga con stella. A Gettysburg (1-3 luglio 1863) la sua brigata fermò la cavalleria confederata di J.E.B. Stuart in cariche epiche. In tutta la guerra civile gli uccisero undici cavalli sotto la sella, ma lui ne usciva sempre illeso. I soldati la chiamavano “Custer’s Luck” – la fortuna di Custer. Ironia: un ragazzo che detestava studiare divenne l’idolo dei rotocalchi dell’Est, ritratto come il cavaliere romantico dell’Unione.
Nel 1864 sposò Elizabeth “Libbie” Bacon, figlia di un giudice di Monroe. Il padre inizialmente si opponeva a un militare di basso rango, ma Custer la conquistò con lettere appassionate e pura sfrontatezza. Libbie lo seguì ovunque, anche al fronte, e dopo la morte divenne la custode inflessibile della sua memoria, scrivendo libri e tenendo conferenze fino al 1933.
Alla fine della Guerra Civile, a 25 anni, Custer era già maggior generale (brevetto temporaneo). Smobilitato a capitano di carriera, nel 1866 divenne tenente colonnello del 7° Reggimento di Cavalleria. Qui emergono le curiosità più gustose: possedeva fino a quaranta cani da caccia (soprattutto levrieri scozzesi), andava a caccia di bufali con entusiasmo infantile, scriveva articoli e il bestseller My Life on the Plains (1874), un misto di avventura e propaganda. Amava il teatro e recitava da dilettante. Nel 1867 finì sotto corte marziale per assenza senza permesso e fu sospeso per un anno, ma il mentore
Philip Sheridan lo graziò per la campagna contro i Cheyenne.
Nel novembre 1868 attaccò all’alba il villaggio di Black Kettle sul Washita River. Fu un “successo” militare controverso: molte vittime tra donne e bambini. I giornali dell’Est lo celebrarono come eroe, ma tra i nativi restò il ricordo di un atto spietato. Curiosità ironica: prima della campagna del 1876 Custer tagliò i suoi famosi riccioli lunghi perché faceva troppo caldo. I fan rimasero delusi: l’immagine del “cavaliere dai capelli al vento” era rovinata!
Nel 1874 guidò la spedizione nelle Black Hills, violando di fatto il trattato di Fort Laramie del 1868. La scoperta dell’oro contribuì alla Grande Guerra Sioux del 1876.
Arriviamo al 25 giugno 1876, Battaglia di Little Bighorn. Custer faceva parte della colonna del generale Terry. Gli scout nativi lo avvertirono: il villaggio era enorme (molto più grande di quanto stimato). Lui ignorò l’avvertimento, divise il 7° Cavalleria in tre battaglioni (errore tattico classico) e attaccò con circa 210 uomini. Il battaglione di Reno e Benteen si fermò; Custer caricò. In meno di un’ora, tutti morti sul Last Stand Hill. Quattro membri della famiglia caddero con lui. Secondo testimonianze raccolte dal National Park Service e fonti storiche accreditate, Custer non indossava la giacca di pelle (troppo caldo) e non aveva la sciabola. Niente carica romantica con spada sguainata come nei quadri successivi.
Considerazioni finali
Custer non fu né un mostro né un santo: fu un prodotto perfetto del suo tempo. Ambizioso figlio di fabbro, cavalcò l’onda del destino con stile teatrale e incoscienza giovanile. La stessa audacia e vanità (uniformi sgargianti, cani, scrittura autocelebrativa, cariche spericolate) che lo resero leggenda nella Guerra Civile, dove la fortuna lo accompagnò fedelmente, lo portarono alla rovina a Little Bighorn. Ignorò avvertimenti, sottovalutò il nemico e divise le forze. La sua morte, arrivata proprio nel centenario della Dichiarazione d’Indipendenza, scosse l’America e trasformò una disfatta militare in “Custer’s Last Stand”, mito nazionale.
Libbie difese strenuamente la memoria del marito per decenni. Le cromolitografie e i quadri romantici lo immortalarono come martire tragico del Manifest Destiny. Oggi lo guardiamo con occhi più critici: coraggioso ma imprudente, simbolo dell’espansione verso Ovest e delle sue conseguenze dolorose per i popoli nativi. Little Bighorn resta una lezione ironica e amara: anche i generali più brillanti possono cadere per arroganza e sopravvalutazione di sé.
Custer cavalcò la fortuna finché poté. Quando questa girò, lo fece in modo definitivo e spettacolare. Eppure, a 150 anni di distanza, “Autie” continua a galoppare nella memoria collettiva americana, con i riccioli (spesso immaginari) al vento e quel sorriso da ragazzo convinto di essere invincibile… o almeno di poterlo sembrare.
Ecco una raccolta ricca e ironica di aneddoti e curiosità su George Armstrong Custer, pescati da fonti storiche affidabili (National Park Service, History.com, Britannica, collezioni Library of Congress e testimonianze d’epoca). Li ho organizzati in modo narrativo, con quel tocco di ironia che merita il “Boy General” vanitoso e fortunato… finché la fortuna non girò.
Gli anni giovanili e West Point: il birbante che odiava studiare
Custer arrivò a West Point nel 1857 e si diplomò ultimo su 34 cadetti nel 1861, con un record di demeriti che ancora oggi fa sorridere gli storici. Era soprannominato “the goat” (il fanalino di coda). Ironia della sorte: proprio perché la Guerra Civile scoppiò subito dopo, l’esercito aveva disperato bisogno di ufficiali e non poté permettersi di bocciarlo del tutto. Il ragazzo che combinava guai in chiesa e a scuola diventò generale a 23 anni.
Curiosità: in famiglia lo chiamavano affettuosamente “Autie”, perché da piccolo non riusciva a pronunciare correttamente “Armstrong”. Libbie, sua moglie, continuò a usare questo nomignolo per tutta la vita.
La “Custer’s Luck” e lo stile da divo
Durante la Guerra Civile gli uccisero undici cavalli sotto la sella, ma lui ne usciva sempre illeso. I suoi soldati parlavano di “Custer’s Luck” con un misto di ammirazione e terrore. Custer amava le uniformi teatrali: capelli lunghi e ricci (curati come quelli di una star), cravattone rosso, cappello a tesa larga con stella. Sembrava più un attore che un generale.
Aneddoto gustoso: era amico dell’attore Lawrence Barrett e recitava da dilettante. Amava il teatro e scrisse articoli per giornali dell’Est che lo dipingevano come eroe romantico.
I cani: un esercito a quattro zampe
Questa è forse la curiosità più tenera (e folle). Custer possedeva tra i 40 e gli 80 cani (soprattutto levrieri scozzesi e segugi). Lo accompagnavano ovunque: a caccia, in campagna, persino in alcune spedizioni. Dormivano nel suo letto, mangiavano dal suo piatto e si sdraiavano ai suoi piedi durante le riunioni. Dopo la morte a Little Bighorn, il “rehoming” di quel branco di cani fu una delle prime operazioni di soccorso cani su scala nazionale.
Libbie raccontava che George e il fratello Tom le facevano scherzi coinvolgendo i cani, e lei adorava quel lato infantile del marito.
Il matrimonio con Libbie: amore epico e romantico
Custer corteggiò Elizabeth “Libbie” Bacon con lettere appassionate nonostante l’opposizione del padre di lei (un giudice che non voleva un militare povero). Il matrimonio fu appassionato: Libbie seguì il marito al fronte più volte. Nel 1867 Custer lasciò il comando senza permesso per andare da lei a Fort Riley. Risultato? Corte marziale: sospeso per un anno senza paga. Sheridan lo graziò dopo 10 mesi perché aveva bisogno di lui contro i Cheyenne.
Aneddoto romantico: dopo la resa di Lee ad Appomattox, il generale Sheridan regalò a Libbie il tavolino su cui Grant firmò i termini di resa, definendo Custer uno dei principali artefici della vittoria.
Caccia, teatro e il grizzly delle Black Hills
Custer era un cacciatore compulsivo. Durante la spedizione nelle Black Hills del 1874 (quella che violò il trattato di Fort Laramie e scatenò la corsa all’oro) uccise un grizzly bear e lo definì «il più grande risultato della mia vita di cacciatore». La spedizione partì con oltre 1.200 uomini, 110 carri, quasi 1.000 capi di bestiame e… una banda di 16 musicisti a cavallo su cavalli bianchi che suonava “Garry Owen”, la marcia preferita di Custer.
Curiosità: nella stessa spedizione il fotografo William H. Illingworth scattò decine di immagini storiche (molte oggi in pubblico dominio alla Library of Congress).
Il lato controverso: Washita e il “successo” grigio
Nel 1868, all’alba, attaccò il villaggio pacifico di Black Kettle sul Washita River. Fu celebrato come vittoria, ma molte vittime furono donne e bambini. Custer ordinò di fermare l’uccisione indiscriminata quando gli fu segnalato, ma l’episodio rimase controverso. Ironia: proprio quel “successo” contribuì alla sua fama di “Indian fighter”, ma i nativi non lo dimenticarono.
Curiosità su Little Bighorn https://cronache-di-battaglia.blogspot.com/2026/03/bighorn-generale-dove-sono-i-nostri.html
- Prima della campagna del 1876, Custer tagliò i suoi famosi riccioli lunghi perché faceva troppo caldo. Quando gli indiani cercarono “Long Hair” (il suo soprannome), trovarono un uomo con i capelli corti. Secondo alcune testimonianze native, questo contribuì al fatto che il suo corpo non fu mutilato come quello di altri (tra cui il fratello Tom, che fu riconosciuto solo dal tatuaggio).
- Morirono con lui quattro familiari: il fratello Thomas Custer (due volte Medal of Honor), il fratello minore Boston Custer, il cognato James Calhoun e il nipote diciottenne Autie Reed. La famiglia Custer perse cinque membri in un solo giorno – una tragedia che lasciò i genitori Emanuel e Maria devastati («Tutti i miei ragazzi sono andati» diceva la madre).
- Custer non aveva la sciabola e non indossava la giacca di pelle (troppo caldo). Niente carica romantica con spada sguainata come nei quadri successivi.
Altre chicche
- Nel suo libro My Life on the Plains (1874) descrive con curiosità etnografica (ma anche un po’ di superiorità) usanze native, inclusa una scena in cui un medico assaggia per sbaglio carne di cane in un pentolone e fa una smorfia di disgusto.
- Custer e Libbie sopravvissero per miracolo a un incendio notturno nella loro casa a Fort Abraham Lincoln nel 1874: persero quasi tutto, ma la comunità donò soldi e oggetti per ricostruire.
- Dopo la morte, Libbie non si risposò mai e visse fino al 1933 (91 anni), diventando la custode ufficiale della leggenda del marito con libri e conferenze.
Custer era un mix irresistibile di ambizione, vanità, coraggio infantile e impulsività. Amava la gloria, i cani, la caccia, la moglie e il palcoscenico. La stessa “Custer’s Luck” che lo salvò per anni nella Guerra Civile lo abbandonò drammaticamente a 36 anni sul Last Stand Hill.
Queste curiosità rendono il personaggio molto più umano (e a tratti comico) rispetto al mito eroico o demonizzato che si è creato dopo.

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